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APPROFONDIMENTI|Per un pugno di cenere

Dietro la conferenza di Bali l’ombra della deforestazione

di Simone Di Stefano

Sumatra. Pochi passi nella foresta di Kuala Cenaku e ci si accorge che qui la Conferenza di Bali non ha avuto modo di prevenire la furia delle motoseghe e del fuoco. La foresta di Kuala Cenaku offre un panorama orribile a chiunque vi si avventuri. Una radura di alberi abbattuti, bruciati e distesi a terra, 1,5 milioni di ettari a formare un enorme campo color cenere, dove l’orizzonte lascia posto alle poche piante ancora rimaste in piedi quasi a testimoniare l’ultimo fremito dinnanzi alla furia cieca dell’uomo e delle sue follie.

Qui la deforestazione viene praticata per motivi differenti ma che hanno un unico denominatore, il business. Gli alberi delle foreste indonesiane producono olio da palma e sono una risorsa importante per le multinazionali che producono olio da cucina, cosmetici e di recente quelli che in maniera fuorviante vengono chiamati biocarburanti.

E sempre più business ruota attorno al fenomeno della deforestazione illegale, quella non consentita degli organi governativi, che non coinvolge solo l’Indonesia, ma che suscita ancora più sdegno e perplessità perché si trova a pochi chilometri di distanza da dove, alcuni mesi fa, i potenti del mondo si sono raccolti per decidere delle sorti future del pianeta e del suo habitat.

Varata una roadmap che dovrebbe traghettare l’attuale “Kyoto” ad un nuovo trattato da adottare entro il 2012, gli stati che hanno partecipato, compresi gli Stati Uniti, la Cina e l’India, si sono impegnati a mantenere i buoni propositi. Un periodo di transizione tra l’attuale situazione climatica e quella futura.

Tornando a Kuala Cenaku non sembra facile però riuscire ad immaginare una situazione diversa dall’attuale, neanche tra venti o trenta anni. Gli alberi abbattuti non verranno ripiantati e il mercato dell’olio di palma continua a succhiare il nettare di questi possenti ceppi. Un articolo del New York Times, pubblicato in concomitanza con la Conferenza di Bali, evidenziava nei mesi scorsi come per gli abitanti di queste zone gli affari andavano molto meglio prima. Infatti la deforestazione, non solo insinua l’ombra dell’emissione di CO2 e dei gas serra ma allo stesso modo va ad avvelenare i fiumi stroncando così qualsiasi tipo di economia locale basata sulla pesca.

Non solo Indonesia e non solo Sumatra nella lista nera dei luoghi massacrati dal taglio illegale degli arbusti. Sono oltre settanta i paesi in cui la mafia aggira la legge. Il WWF ha da tempo lanciato l’allarme riguardo alla situazione delle foreste inondate amazzoniche, al confine tra il Peru e la Colombia, dove al disboscamento si aggiungono eccesso di pesca e prosperazioni petrolifere. L’ultimo rapporto di Greenpeace (2007) riporta una situazione ancora più grave dalle foreste tropicali del Centro Africa, dove avvengono il 25% delle emissioni di gas serra globali.

In particolare le notizie più preoccupanti arrivano dal Congo: si stima che nel 2050 la sola Repubblica Democratica del Congo sarà responsabile delle emissioni di 34,4 miliardi di tonnellate di CO2, circa sessanta volte in più di quelle emesse dall’Italia. Le conclusioni alle quali giunge il rapporto richiedono una più decisa presa di responsabilità da parte della Banca Mondiale, impegnata a diffondere l’idea illusoria che il mercato del legno sia portatore di benefici verso le comunità locali, grazie alle tasse e ai cosiddetti contratti sociali.

Combattere il disboscamento illegale richiede un grande impegno, da parte delle istituzioni nazionali ma anche un deciso apporto alle associazioni ambientaliste. Alla Conferenza di Bali il World Hole Research Institute ha presentato uno studio che testimonia l’importanza delle tecnologie satellitari nel combattere la deforestazione illegale. Fette di territori disboscate finalmente distinguibili dall’alto, dove è evidente l’impronta dell’attività umana in contrasto con le parti di foresta ancora vergini. Ma non basta.

L’impegno assunto dagli stati a Bali risulta ad ogni modo essere uno specchietto per le allodole in forte contrasto con gli interessi del mercato. E’ per questo che assumono valenza particolare i tentativi delle ONG di salvaguardia dei territori. Un esempio che vale la pena citare è il Forest Stewardship Council, una organizzazione internazionale che provvede ad assegnare una sorta di bollino verde per tutti i prodotti fatti con legname proveniente da foreste gestite attraverso metodi ecosostenibili.

di Simone Di Stefano

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