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Nick Baker: i documentari e l’economia dei tarsi

di Simone Di Stefano

Fin dai tempi di Francis Bacon, di Wolfgang Goethe e successivamente di Charles Darwin che rivoluzionò del tutto il modo di concepire l’evoluzione e di conseguenza le teorie antropologiche, l’esplorazione è stata sempre sinonimo di fusione con il territorio, con i suoi abitanti e con i suoi animali. E proprio il padre dell’Evoluzionismo diceva che l’empatia per il più piccolo degli animali è una delle più nobili virtù che un uomo può ricevere in dono.

Nick Baker è un giovane studioso ed esploratore, gira il mondo alla scoperta della natura più selvaggia e nascosta e, facendo propria la massima del suo antenato collega, ha fatto dei più piccoli e misteriosi animali l’oggetto dei suoi viaggi e delle sue ricerche. Oltre a raccontare di tesori naturalistici di notevole interesse scientifico che non tutti riuscirebbero a vedere nell’arco di una sola vita. Lui ne ha ricavato dei libri, che ha scritto per la catena Collins, e che trattano tematiche di diverso genere come Laghi e stagni, Giardini e parchi, Foreste e boschi, ma che ancora non ci aiutano a capire fino in fondo chi è veramente Nick Baker.

Oltre ad aver condotto numerosi gruppi di ricerca per conto di diversi istituti universitari, Baker fa parte di quella generazione di esploratori e ricercatori che fa del modello documentaristico televisivo uno dei parametri imprescindibili di un reportage scientifico e lo fa, a mio avviso, in modo chiaro e diretto. Forse potrà risultare indigesto al biologo o all’entomologo che mastica, per così dire, un gergo tecnico di maggiore complessità. Non può essere però trascurato il fatto che i documentari televisivi sono nati per avvicinare la gente comune a un mondo distante anni luce dalle metropoli e dai tradizionali luoghi oggetto di routine, traffico e banche. E’ grazie al tentativo di avvicinare la collettività al sapere scientifico che la nostra consapevolezza si è andata sempre più affinando.

L’esperienza di Nick parte da quando, ancora giovanissimo, si recava al Museo di Storia Naturale di Londra, lungo la Exhibition Road, dove sono conservate le più grandi collezioni di biologia e geologia. I documentari di Nick Baker sono stati trasmessi dalle più importanti emittenti televisive del mondo. Per citarne solo alcune, la BBC, National Geographic Channel, Discovery Channel e, per ultima in ordine temporale, Animal Planet, che gli ha dedicato un’intera rubrica, Le strane creature di Nick Baker (Nick Baker’s weird creatures).

Nick, alla stregua di tanti suoi colleghi, cerca di intessere fin da subito un rapporto paritetico con gli abitanti del luogo, con le guide locali, con gli animali da prendere a oggetto dei suoi studi. Soprattutto gli animali sono per lui il punto di arrivo, l’esaltazione ultima, l’orgasmo scientifico dell’esploratore. Agendo come un vero e proprio detective riesce a trasportare il telespettatore all’insegna di quella che per lui ogni volta rappresenta l’impresa della vita, il senso della sua missione: scovare e studiare le specie più strane e nascoste. Il tutto affrontato all’insegna di un delicato british humor.

Un esempio di esplorazione di questo genere è stato a Sulawesi, arcipelago dell’Indonesia. Nick si trova nell’isola per scoprire i segreti di quello che è considerato il primate più piccolo del pianeta: il tarsio. Questo animaletto di proporzioni pressoché minuscole (si parla di pochi centimetri di altezza) vive unicamente in Asia. I tarsi usualmente si confondono tra gli alberi di fico strangolatore, una pianta che ha la particolare caratteristica di avvolgere per intero alberi anche secolari, nutrirsi della loro acqua e della loro luce, fino alla loro morte. Questa simbiosi all’antitesi porta al formarsi di una singolare forma di tronco. La parte interna, quella del vecchio albero morto, tende a sgretolarsi al suo interno e fa si che si crei una intercapedine interna al tronco del fico. Questo, per la sua azione avvolgente, andrà ad attorcigliarsi lungo tutta la parete verticale della nuova conformazione lasciando il cuore dell’albero completamente vuoto. Sono proprio questi vuoti spettrali a ospitare nel loro interno le dimore dei tarsi. Una moltitudine di primati grandi quanto una mano umana, con degli occhi grandissimi rispetto ai loro corpi, tanto da essere soprannominati dallo stesso Baker dei “gremlins”.

Il documentario di Nick Baker sui tarsi porta ad alcune conclusioni interessanti. Una di queste è sicuramente il fatto che i tarsi detengono almeno due record. Il primo è proprio quello del rapporto tra gli occhi e la loro scatola cranica. Noi a confronto avremmo delle noci di cocco al posto degli occhi. Il secondo primato risiede nella capacità di saltare: in proporzione noi umani dovremmo compiere l’equivalente di un balzo di 20 metri circa.

Anche se questi dati possono aiutarci a comprendere meglio quelli che sono da considerarsi a tutti gli effetti dei nostri lontani parenti, tuttavia il risultato che più di tutti stava a cuore al nostro amico era sicuramente verificare se, e quanto, siano connesse le due specie simili dei tarsi di Sulawesi e quelli che abitano la parte nord dell’Indonesia, sebbene ci siano altre specie anche nel Borneo, a Sumatra e nelle Filippine (si parla in questo senso di poligenesi della specie). Purtroppo a questo interrogativo la troupe di Baker non è riuscita a dare una risposta certa e non sono bastate le registrazioni audio dei lamenti e dei rituali dell’altra colonia di tarsi, effettuate da una guida del posto. Queste, sottoposte all’ascolto dei tarsi di Sulawesi, non hanno dato riscontro. Ciò non vuol dire, comunque, che le due specie non siano connesse.

Quello che però è da considerarsi a tutti gli effetti un risultato inoppugnabile e di non poco conto è che, a seguito della missione di Baker e della sua troupe, è nata una maggiore consapevolezza nella gente del posto riguardo all’importanza dei tarsi, non solo per la conservazione della biodiversità delle foreste indonesiane ma anche per l’attenzione verso un turismo più sostenibile. Come lo stesso Baker sostiene: “arriveranno altri turisti come me a visitare Sulawesi in futuro e anche loro come me vorranno ammirare i tarsi”. In questo modo il business dei tarsi potrà dare una mano all’economia di Sulawesi e di tutta l’Indonesia, preservandone al contempo la specie.

Simone Di Stefano

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