pRoviaMo a sPiegAre percHé sKapegOat

Sono lo spazio, una voce in mezzo a un milione di altre voci, alcune a tono, altre dissonanti.

Sono il siamo, sono il viaggiatore, il poeta, lo zingaro.

Chiamarmi è ridicolo, sarebbe come ripetermi. Il mio nome, ditelo in silenzio, qualcuno potrebbe ascoltare.

Perché non provate a origliare, come fanno i cinesi, sapete, ci hanno anche censurati. Ma qualche pallino rosso sulla mappa talvolta compare.

E non provate a scappare, la nebbia ha orecchie da vendere, anche quando sembra che non c’è.

Sono il danno degli altri, colui che paga, sono il babbo, sono il capro espiatorio,

siamo

Quando la presidente di un’associazione umanitaria per il Congo chiese a me e al mio collega, prima dell’intervista, di spiegarle l’origine del nome «skapegoat» alla mia risposta lei rimase con un sorriso che sapeva di «ho capito, ma mica troppo». Vediamo se per iscritto riesco a cavarmela meglio. Skapegoat sta per «capro espiatorio» e l’idea di chiamare così  questo blog è nata a seguito di un ciclo di lezioni tenute da Giulietto Chiesa alla scuola di giornalismo da me frequentata nel 2007/08 presso la Fondazione Internazionale Lelio Basso. Così come sono capri espiatori Mohamed Atta e tutti i 19 dirottatori che l’11/9, per nome della Cia, hanno messo in ginocchio l’America e l’intero occidente causando la nascita di almeno due guerre (Iraq e Afganisthan), così siamo capri espiatori tutti tra i giornalisti o aspiranti tali che hanno la coscienza pulita e  che invece devono sopportare critiche quotidiane che invece andrebbero  girate a chi ha insudiciato la credibilità di questa meravigliosa professione. Sto parlando di chi sostiene incondizionatamente un governo e le sue manovre senza spiegare le reali conseguenze sul paese, ma sa solo dire «Noi cambiamo il paese e voi siete solo capaci di fare ostruzione: comunisti!». Parlo di chi sfrutta il potere dei media per veicolare il gusto, le tradizioni, il costume e il colore politico di un intero popolo; di chi attraverso i mezzi stampa continua a chiamare «zingari» tutte quelle persone che hanno accento dell’est e che vivono in campi rom non per volere ma per necessità, o meglio per negligenza delle amministrazioni; chi le amministrazioni le copre e chi viene pagato per tacere. Ecco, di fronte a tutto questo sfacelo se ci sono ancora  dieci, cento, mille voci, o anche una sola, che vanno controcorrente, magari perché non amano Sanremo e quelle cagate delle sue canzoni, allora anche noi siamo capri espiatori. Dobbiamo esserne fieri ma anche cambiare le carte in tavola.

Ma veniamo al concreto. Il termine «informazione» contiene un’infinità di significati che non bastano due pagine di dizionario per definirli tutti dal primo all’ultimo. Dalla genetica alla linguistica, all’informatica, alla bilbiografia. «Informazione» è anche una parola molto abusata, soprattutto quando si parla di internet e di blog in particolare. Informare vuol dire, nel senso giornalistico del termine, dare notizia di un fatto, di un avvenimento che altrimenti chi legge non verrebbe a sapere. Stando a questa definizione per esser tale l’informazione dovrebbe essere unica. Ma oggi la stessa informazione passa per più mani, per più voci,  esplora più orecchie e viene elaborata da più teste. Nella rete in particolare un potenziale enorme conferisce la padronanza di scrivere e raccontare un fatto a chiunque, anche chi non è professionista nel campo dei media. Senza stare qui a discutere se sia giusto o sbagliato, mi sembra opportuno precisare la mia posizione al riguardo. Un blog spesso è un contenitore di pensieri, sfoghi, fotografie, commenti a fatti ormai appartenenti alla storia se raffrontati all’instancabile e frenetica attualità. Ci sono tanti blog che però assolvono benissimo al compito di arricchire il web di interessanti contenitori di informazione. Questo è quello che si propone di fare ormai da un anno a questa parte skapegoat. Fermo restando che dalla grande quantità di categorie al suo interno si capisce che c’è una grande voglia di confrontarsi con più di un argomento. Questo è sempre stato il mio vezzo: sfidare terreni inesplorati, senza per questo dovermi arrendere davanti a un documento di economia o una legge appena promulgata dalla Camera, senza per questo essere professori o avvocati. Un buon giornalista deve essere interessato a qualsiasi cosa.

Alessandro Portelli, uno dei più grandi esperti al mondo di storie orali («history telling» direbbe lui), in un suo saggio sull’intervista spiega, in merito ad alcune sue esperienze sui nativi americani e sui minatori degli Appalacchi, che di fronte alla diffidenza degli intervistati predominò in un secondo momento un atteggiamento di fiducia nei confronti dell’intervistatore proprio perché in lui non notavano presunzione, o peggio superiorità, ma una fortissima carica di umiltà mista a voglia di apprendere, di acquisire conoscenza anche dal più disperso dei minatori del West. Del resto Plinio il vecchio avvertiva che anche  il peggior libro merita di essere letto perché sicuramente conserva qualcosa di cui non eravamo a conoscenza. Ai tempi del nostro i libri erano le uniche vere fonti di conoscenza a disposizione degli eruditi, ma oggi assistiamo a un iperflusso di sapere che non stenta a cessare, destando da un lato l’invidia di chi, troppo vecchio, in passato ha dovuto faticare per guadagnarsi sapienza e fonti attendibili, dall’altro il timore dei più svegli di un crollo della qualità del prodotto. Perché un prodotto è la notizia. E il nostro lavoro consiste nel fornire notizie attendibili. Un metodo di lavoro che presuppone la raccolta di fonti sul campo, o l’utilizzo di fonti indirette (i cosiddetti riportini) di cui ormai si è palesata la veridicità.

Tutto questo e altro ancora può essere Skapegoat e di questo ringrazio i miei compagni di corso della scuola di giornalismo che, grazie ai nostri continui dibattiti su cosa è il giornalismo, mi hanno dato la spinta giusta a intraprendere questa avventura. In particolare faccio menzione di Elisa Palagi, Maurizio Mequio, Davide Fotia (Musicaduepuntozero e Masternewmedia),  Aldo Ciummo (collaboratore di SG), Michele Vollaro (Misna). Quanto alla scelta del blog come supporto contenutistico un ringraziamento speciale va al mio amico Fabio Antonacci e al Prof. Dandini de Sylva. Inoltre ricordo chi tra i tanti mi ha dato, o continua a darmi, consigli e suggerimenti utili ai fini della mia professione (l’ordine è puramente casuale e sono stati tutti a loro modo importanti per la mia crescita): Massimo Loche e il Prof.  Roberto Schiattarella della scuola di giornalismo; Marco Silenzi di Rainews 24; Marco Pantò di Linux Italia; Iolanda Bufalini, Cesare Buquicchio, Alessandro Ferrucci, Luca Del Frà, Mariagrazia Gerina, Salvatore Maria Righi, Marco Bucciantini, Luca De Carolis e Giuliano Capecelatro de L’Unità; Alessandro Ambrosin di Dazebao, l’informazione on line. Ringrazio i miei genitori, Anna, Maurizio, Antonio, Daniela (famiglia allargata la mia…) e la mia bellissima fidanzata, Emanuela. Il loro sostegno, la comprensione e gli stimoli a continuare e tenere duro mi danno la carica. Ma un grazie in più va a voi, lettori, che siete il riscontro vivente del mio quotidiano e di quello di chi scrive su Skapegoat.

Simone Di Stefano