SOCIALE|Un incontro per superare il disastro della guerra civile congolese

Permettere ai congolesi presenti in Italia, di prendere parte attiva al superamento delle difficoltà che hanno attanagliato la Repubblica Democratica del Congo

di Aldo Ciummo

ROMA – Lunedì 30 giugno in via Palestro 68, sede dell’Unicef, si sono incontrati i rappresentanti di diverse associazioni congolesi, per ricordare come ogni anno la data dell’indipendenza della ex colonia belga. Questa volta però l’iniziativa si è rivolta alla memoria dei caduti di un’altra guerra, quella che ha insanguinato la Repubblica Democratica del Congo dal 1997 al 2003 e che è stata in realtà un insieme di conflitti, soprattutto la lotta di Laurent Désiré Kabila contro Mobutu tra ‘97 e ‘98 e dopo la rimozione di quest’ultimo, il tentativo fallito da parte di stati confinanti quali Ruanda, Burundi ed Uganda di far seguire all’aiuto militare fornito a Kabila per cacciare Mobutu una ipoteca sulle risorse del paese (1998-2003).

Kinshasa è la testa di uno stato la cui immensa superficie ospita uno dei polmoni verdi e dei principali serbatoi di acqua del mondo. Ma il potere politico del Congo, impegnato a ricostruire le basi delle istituzioni dopo un trentennio e di dittatura e dopo anni di guerra civile, tuttora inciampa nelle propaggini di una realtà economica internazionale che da sempre nella R. D. Congo vede una riserva di tesori a buon mercato. Nel caos degli ultimi anni diamanti, gas naturale e coltan, minerale utilizzato nella fabbricazione di componenti per la telefonia mobile, hanno continuato a generare grandi profitti di cui multinazionali australiane, nordamericane ed europee hanno beneficiato.

La R. D Congo di questa ricchezza ha visto solo le briciole, come dal ‘75 al ‘97 era accaduto sotto Mobutu, a lungo sostenuto dai soci in affari occidentali. L’iniziativa del “Salotto Africano” e del “Comitato permanente per le vittime congolesi”, patrocinata e sostenuta dalle associazioni “Diaspora Africana”, “Sorriso dall’Africa”,”Salotto dei Medici”, “Mutualità Congolese”, “Fondazione Maman Claudine Mbuyi” e dalla “Assiconsulting 2007 srl”, ha lo scopo di diffondere in Italia una conoscenza più precisa di cosa è accaduto nella grande nazione africana e del perché, oltre che di stimolare i congolesi presenti in Italia, il cui numero si aggira intorno ai tremilacinquecento secondo le autorità, a prendere parte attiva al superamento delle difficoltà che hanno attanagliato la Repubblica Democratica del Congo.

Il governo di Laurent Désiré Kabila (e dopo la sua uccisione il 16 gennaio 2001 quello del figlio Joseph Kabila) è riuscito a fatica a estromettere le truppe ruandesi e ugandesi con l’aiuto di Namibia, Zimbabwe, Chad e Angola. Nel 2003 con Joseph Kabila è iniziato il processo di pace e nel giugno 2006 si è arrivati ad elezioni regolari che lo hanno visto confermato al governo. Gli sconvolgimenti del Congo hanno lasciato al paese un milione e trecentomila sfollati interni, il terzo gruppo al mondo dopo la Colombia che ne ha tre milioni e l’Iraq che ne ha quasi due milioni e mezzo. E trecentosettantamila congolesi si sono rifugiati in vari paesi nel mondo. L’iniziativa in Italia cade in un periodo importante per le associazioni degli immigrati provenienti dallo stato centroafricano, perché molti gruppi si stanno muovendo per fare il punto sulle esigenze della loro comunità nello stivale e per parlare con le istituzioni in modo più coordinato.

“I rapporti con le altre comunità africane sono buoni, specialmente quelli con le comunità linguisticamente affini, senegalesi, congolesi, avoriani. Ma anche all’interno della nostra nazionalità c’era bisogno di rispondere dall’interno alle esigenze anche socioculturali della comunità” ha detto Jan-Jacques Diku, presidente dell’associazione “Comunità Congolese”. Ma chi sono i congolesi presenti in Italia? Negli anni settanta erano pochi (e anche adesso tremilacinquecento persone sono soltanto piccola una frazione dei tre milioni e seicentonovantamila immigrati che già all’inizio dell’anno scorso risiedevano in Italia secondo il dossier della Caritas) e prevalentemente uomini, poi le famiglie li hanno raggiunti e adesso si tratta di una immigrazione equilibrata (55% uomini e 45% donne) e molto alfabetizzata, anche se soprattutto quelli che hanno intrapreso studi medici riescono a vedere la loro formazione in Africa ben riconosciuta qui sullo stivale, mentre abbondano gli operai anche tra chi ha un diploma o una laurea, almeno i due terzi.

“L’emigrazione è cresciuta molto nel periodo dal ‘97 al 2003 quando la guerra civile ha sconvolto la nazione africana – spiega Claudine Mbuyi, che ha creato una Fondazione che promuove la cooperazione tra Repubblica Democratica del Congo ed Italia – adesso i congolesi stanno allacciando rapporti sempre più stretti con il tessuto associativo italiano”. La situazione di Kinshasa a cavallo tra anni ‘90 e inizio del nuovo millennio è stata tale da rendere labili le differenze tra immigrati e rifugiati, anche perché in Italia non c’è una legge specifica per i rifugiati e ciò significa che chi scappa è tra i primi a rischiare di trovarsi in un Centro di Permanenza Temporaneo senza poter istruire adeguatamente una pratica per vedere riconosciuto il suo diritto d’asilo: un diritto che l’articolo dieci della Costituzione italiana riconosce a chiunque non possa godere dei diritti democratici dove vive, ma che rischia di rimanere sulla carta se introdursi senza documenti sul territorio diventerà un reato. Il parlamento italiano è orientato a introdurre la detenzione da sei mesi a quattro anni per chi fa ingresso nel paese in violazione delle disposizioni di legge.

“Dieci anni fa un rifugiato aveva un permesso di quattro anni, adesso di due, uguale agli altri immigrati” ha ricordato Kila Tampwu, un rifugiato molto attivo riguardo alla questione. Nel rapporto 2006 di Amnesty International l’organizzazione ha rilevato l’anomalia italiana, quella di un paese che formalmente accoglie la Convenzione delle Nazioni Unite sui Rifugiati, ma di fatto la vanifica non provvedendo neppure a dotarsi di una legge che permetta di assicurare a chi cerca asilo un permesso, assistenza e formazione. Ci sono però rifugiati che fuggendo dalla Repubblica Democratica del Congo hanno trovato un po’ di aiuto dalle istituzioni internazionali e spazio per vivere in Italia. Una di queste persone è Ernestine Kayindo, che viene da Goma, nel nordest della nazione, un’area al centro dei conflitti che hanno insanguinato il grande paese centroafricano dal 1997 al 2003 e che ancora oggi lasciano pesanti strascichi e combattimenti soprattutto ai confini con il Ruanda. Ernestine si trova in Italia da dieci anni.

“Bastava essere una persona congolese ed essere impegnata in qualsiasi cosa per essere attaccati da forze guidate da paesi confinanti. Lo stato semplicemente non c’era più. Io facevo parte di una associazione di civili chiamata la Commissione Giustizia e Pace – ci ha raccontato Ernestine Kayindo in una intervista la scorsa settimana – devo dire che i missionari italiani furono i primi ad arrivare e si impegnarono molto in favore della popolazione”. Gli organizzatori si sono proposti di approfittare dell’attenzione generata dall’iniziativa per stimolare un impegno permanente a superare le difficoltà della guerra civile attraverso la cooperazione dei congolesi tra loro, anche di quelli che per diverse ragioni vivono in Europa.

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