Oggi il Trattato di Lisbona al Parlamento Europeo

Firmato in Portogallo, arenatosi in Francia, discusso in Olanda e Irlanda, incagliatosi per l'ultima volta a Praga, il Trattato di Lisbona cambierà, al di là delle comprensibili critiche e degli eccessivi entusiasmi, la vita di tutti gli abitanti della Unione Europea: se non altro perchè aumentando i poteri del Parlamento Europeo li spingerà inevitabilmente a sentirsi partecipi della politica del continente e più determinati ad influenzarla. L'Europa ormai c'è, muove molto nel bene e nel male e non va lasciata in mano ad oligarchie di nessun tipo.

L’organo elettivo della Comunità assumerà più poteri con l’entrata in vigore del Trattato. I deputati hanno votato i cambiamenti al regolamento interno necessari ad adattarlo all’arrivo di diciotto nuovi deputati ed alla nuova procedura di bilancio che mette l’assise sullo stesso piano dei governi nazionali.

 

I diciotto deputati provenienti da dodici stati membri che si aggiungono agli attuali 736 sono solo il più evidente dei cambiamenti, perchè faranno il loro ingresso fisico nell’emiciclo. La cosa più importante, che ha un peso politico favorevole alla rappresentanza popolare in Europa, è l’aumento dei poteri legislativi del Parlamento Europeo. L’assemblea smette di essere una istituzione formale e comincia a operare come il luogo dove la sovranità degli europei chiede conto delle scelte e le determina.

Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, quasi tutte le politiche europee diventano soggette alla procedura legislativa ordinaria, quindi Consiglio dell’Unione Europea e Parlamento assumono la stessa importanza, mentre prima il Consiglio, sede dell’incontro tra esecutivi degli stati, prevaleva.  Adesso il Parlamento Europeo ha gli stessi poteri del Consiglio quando si tratta di decidere il bilancio della UE.

E’  molto entusiasta il relatore David Martin, del gruppo dei Socialisti e Democratici del Regno Unito, esponente di un paese spesso ingiustificatamente etichettato come distante dal nucleo degli euroconvinti, Martin ha affermato che con l’Atto Unico Europeo l’Europa ha cominciato a crescere, che i patti di Nizza e di Amsterdam la hanno portata all’età adulta ed il trattato di Lisbona è il compimento di questo processo.

Sempre nella seduta plenaria di oggi sono state approvate anche decisioni più vicine agli affari correnti, il Parlamento Europeo ad esempio ha chiesto di istituire una indicazione obbligatoria del paese di origine per prodotti tessili, abiti, calzature, borse, gioielli e mobili importati dai paesi extra Ue per consentire ai consumatori di conoscere le condizioni sociali, ambientali e di sicurezza della fabbricazione, condizione che garantirebbe anche una migliore concorrenza con i paesi che già si sono adeguati a questi standard.

Ed è il caso di aggiungere che il Parlamento Europeo, in quanto luogo che rappresenta gli abitanti del continente, dovrebbe cominciare ad interessarsi anche di verificare quale barbaro trattamento viene riservato agli animali in tutta una serie di processi economici e produttivi, dalla ricerca medica alla commercializzazione di prodotti, con standard meno indifferenti alle sofferenze delle specie coinvolte, rispetto alle norme attualmente in vigore e peraltro spesso disattese.

Aldo Ciummo

Marco Almagisti sulla partecipazione femminile in politica: “una ricchezza per il capitale sociale dei territori”

La qualità della Democrazia in Italia Capitale Sociale e Politica. Marco Almagisti affronta dettagliatamente il problema dello scollamento tra strutture istituzionali e forme nelle quali la vita in comunità dei cittadini concretamente si sviluppa. Sintomo ulteriore di questo divario tra la realtà e il potere è a nostro parere il mancato riconoscimento della partecipazione femminile e del protagonismo femminile ai vertici delle organizzazioni, delle imprese e delle istituzioni sovraordinate rispetto ai livelli locali.

Il docente di Scienze Politiche all’Università di Padova ha studiato le pratiche che, eccedendo le regole base della democrazia per creare ulteriori legami civici, aumentano il “capitale sociale”, la qualità, di una democrazia. Gli ostacoli tradizionali alla partecipazione femminile nelle organizzazioni più influenti sono tra i sintomi dello scollamento tra attivismo crescente nella società e rigidità dei sistemi di potere, tema che ad un livello più ampio è affrontato da Almagisti, con una particolare attenzione al ruolo, in via di ridefinizione e di rilancio, assunto dai territori.

 

Al principio della nostra ricognizione sui rapporti tra partecipazione femminile e qualità della democrazia, ormai alcuni mesi fa, Marco Almagisti, autore del testo “La qualità della democrazia in Italia. Capitale Sociale e Politica”, ci ha detto che anche se le pratiche che eccedono in positivo le regole scritte che permettono alla società di funzionare sono processi legati alla storia delle singole comunità, le regole hanno un loro peso: nel caso della partecipazione femminile “uno degli elementi fondamentali è proprio la possibilità di accesso, se ci sono meno strumenti di welfare le opportunità diminuiscono”.

Almagisti è autore di molte ricerche sulle relazioni tra stato, partiti, associazioni e cittadini, indagini che approfondiscono soprattutto lo spazio vuoto che si è venuto a creare tra le organizzazioni politiche ed istituzionali ed il sapere sociale dei luoghi dove la vita dei cittadini si sviluppa, e sui tentativi di riempirlo che le comunità locali, le associazioni, gli studenti, i nuovi partiti locali, hanno messo in atto e stanno sperimentando.  Nell’intervista gli è stato fatto notare che uno dei segni più eclatanti dell’impermeabilità sviluppata dalle istituzioni è il ritardo rispetto all’ingresso di donne ai vertici delle organizzazioni, laddove nella società civile cresceva un protagonismo femminile che la arricchiva.

“Non soltanto i partiti ma anche le associazioni – ha risposto Almagisti – sono state ideate da maschi e pensate da uomini e questo ha delle conseguenze che si ripercuotono poi a livello superiore, nelle sedi dove si prendono le decisioni. A fronte comunque di strutture che si oppongono ai cambiamenti, si può affermare che nei territori, io guardo al Veneto, il potere di perpetuazione oligarchico è meno forte, abbiamo in Veneto varie amministrazioni in cui ai vertici ci sono donne e bisogna dire che lì c’è un approccio molto pragmatico e inclusivo ai problemi”.

Il Veneto e la Toscana sono al centro del libro edito da Carocci, Almagisti infatti trova nelle esperienze storiche (due casi di protagonismo dei territori prima dell’insorgenza del locale cui si è assistito dagli anni ‘90 in poi, due laboratori di autogoverno a guida Dc in Veneto e Pc in Toscana) ed attuali (il partito territorio ed il sistema dell’impresa in Veneto, il peso dell’associazionismo con dna sociale in Toscana) esempi di ambienti dove l’attivismo degli abitanti organizzati in comunità cerca la propria forma istituzionale e il proprio raccordo con lo stato.

“E’ vero che sopratutto tra gli studenti le strutture caratterizzate in senso sessista finalmente sono superate, studenti, protagonisti delle nuove professioni, dell’autoimpresa, portano avanti un grande attivismo civico, perfino in piccoli centri come Trebaseleghe (Padova) a coordinare le iniziative civiche cui prende parte una buona fetta della popolazione sono spesso ragazze”. Allora quello che viene da chiedere a chi studia nel dettaglio i sistemi politici è se questi cambiamenti sono in grado di smuovere mutamenti molto più lenti nelle istituzioni centrali.

“Nell’ambito locale sì, mentre nel capoluogo, Treviso, si registravano problemi sull’esercizio del culto da parte di persone di religione diversa, a Villorba il sindaco ha dato la disponibilità a patto che le funzioni si svolgessero in lingua italiana. Liviana Scattolon, sindaco di Villorba, è della Lega, guardando invece ad un’ altra area politica si potrebbe menzionare Laura Puppato, sindaco di Montebelluna (Belluno), ha anche lei una politica di risoluzione dei problemi degli immigrati basata su una integrazione di fatto, ancora una volta approcci molto pragmatici, molto inclusivi”.

Anche alla luce del contributo di Almagisti, dedicato alla democrazia ma per noi del tutto in tema riguardo alla qualità della vita delle comunità del nostro territorio italiano ed europeo in fatto di partecipazione femminile, si potrebbe aggiungere che anche la novità regionale del Lazio, con una probabile presenza di candidature di donne da parte delle maggiori coalizioni, rappresenta una possibilità di ribaltamento della situazione, perchè il panorama nazionale è ancora molto bloccato da questo punto di vista e un segnale dal Lazio non sarebbe insignificante perchè si tratta di una regione – la regione di Roma – che ha un peso politico anche di carattere nazionale maggiore di molte altre.

Aldo Ciummo

Il Canada appoggia l’impegno ecologico scandinavo

Una immagine dell'Alaska. Apparentemente lontane, le zone artiche si trovano al centro degli interessi anche strategico economici di molti paesi, inclusi Italia e Francia che fanno parte, come osservatori, del Consiglio Artico

La Presidenza Svedese della Ue si caratterizza per il suo sforzo in direzione di politiche economiche ecosostenibili. Danimarca, Finlandia e Norvegia ne condividono la storia di valorizzazione ecocompatibile delle risorse naturali. L’ambasciatore canadese James Fox, nel corso di un incontro sull’Artico che ha avuto luogo a Roma il 19 novembre, ha espresso l’appoggio del Canada a strategie di lungo periodo a tutela del Polo Nord. Con questa breve cronaca dell’incontro introduciamo una serie di brevi articoli sulle questioni aperte e sul ruolo dei singoli paesi nordici, specialmente europei

 

Nella Unione Europea la Svezia, la Danimarca, la Finlandia e, nello spazio dell’European Free Trade Agreement, la Norvegia, promuovono politiche di sviluppo compatibile con le esigenze dell’ambiente nell’area dell’Artico. La regione del Polo Nord è al centro di un crescente interesse, non soltanto in Italia, a causa dei cambiamenti (peraltro molto problematici per più di un aspetto) indotti dalle trasformazioni del clima in questi ultimi decenni. Lo scioglimento dei ghiacci rappresenta una incognita per molti abitanti della zona (e del pianeta) ma anche una possibilità di accresciuti traffici e attività economiche, opportunità che come si intuisce facilmente hanno un rovescio molto difficile dal punto di vista della sostenibilità. Ed i paesi che si affacciano sulla regione ovviamente non sfuggono alla ricerca della valorizzazione economica delle risorse.

Nel corso di un incontro che si è svolto la scorsa settimana presso l’ambasciata del Canada a Roma, i rappresentanti di Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia e del paese che ospitava l’iniziativa nella propria ambasciata (cioè il Canada) hanno voluto sottolineare il ruolo che la consapevolezza di sedere letteralmente sopra le risorse di cui si parla gioca per questi paesi. Molti mass media spesso mettono l’accento sulla corsa alle risorse, ma le nazioni nordiche sanno bene che la loro vita dipende dall’ambiente, molto ricco ma estremamente fragile, nel quale le loro culture si sono sviluppate.

L’ambasciatore del Canada, James Fox, ha ricordato che quest’anno la legge di bilancio del suo paese ha stanziato 350 milioni di euro per l’Artico, per promuovere la costruzione di infrastrutture, la ricerca scientifica, lo sviluppo delle fonti energetiche ed il commercio delle risorse ittiche. Altri fondi saranno destinati alla formazione, all’occupazione della popolazione locale, ai servizi sociali ed al sostegno ai popoli aborigeni, che nutrono una serie di preoccupazioni, fondate data l’esiguità numerica e la debolezza “politica” che ne deriva e di cui nei prossimi giorni si parlerà su queste pagine in un articolo specifico, così come verranno illustrati diversi aspetti (da quello ambientale a quello culturale) della questione dibattuta nell’incontro e approfondito l’impegno dei singoli paesi nella regione, in particolare di quelli europei.

Il dibattito della scorsa settimana a Villa Grazioli si è snodato in quattro tavoli dedicati ai seguenti argomenti: “La realtà artica – sviluppo economico e sociale delle comunità autoctone”, “Materie prime, sviluppo energetico e considerazioni geopolitiche”, “La realtà artica – Impatto e sfide del cambiamento climatico” , “Il Consiglio Artico – Un modello per la collaborazione internazionale nella Regione dell’Artico”.

Oltre agli ambasciatori delle nazioni interessate e ai rappresentanti delle popolazioni autoctone citati nell’articolo apparso il 20 novembre qui su Skapegoat, sono intervenuti molti esperti e specialisti come Dag Claes, Professore di Politiche Nazionali ed Economia presso l’Università di Oslo (Norvegia), Dante Casati (del dipartimento Affari Internazionali dell’ENI), Margaret Johansson (del Dipartimento di Fisica geografica ed analisi dell’ecosistema dell’Università di Lund, in Svezia), Giuseppe Cavarretta, Direttore del Dipartimento Terra ed Ambiente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, il CNR italiano; Daniele Verga, inviato speciale per l’Artico del Ministero Affari Esteri e Francesco Eugenio Negro, il viaggiatore di lungo corso nell’area e medico.

Il dibattito ha toccato moltissimi argomenti e chiarito che in questa regione abbiamo molto di più del ghiaccio da proteggere, ragion per cui rimandiamo ad altre parti del servizio che appariranno su queste pagine ed in altri spazi web nelle prossime due settimane. Vi saranno proposti diversi spunti per inquadrare vari aspetti dell’ Artico, un articolo sui progetti ecocompatibili della Danimarca, uno sulle iniziative svedesi in favore dell’area, un pezzo sulle problematiche dei popoli autoctoni come i Sami e gli Gwich’in, opinioni e  politiche finlandesi per l’ambiente ed almeno due articoli sul ruolo della Norvegia nella regione. L’incombente vertice sul clima di Copenaghen rende il tema molto attuale.

Aldo Ciummo

EVENTI| “GIOVANI PROMESSE…. DESTINATE AD UNA FINE CERTA”

DUNCAN 3.0 PRESENTA “GIOVANI PROMESSE…. DESTINATE AD UNA FINE CERTA”

Se hai 39 anni e sei considerato un giovane artista, io a 26 cosa sono? Giunta ormai alla quarta edizione, la rassegna d’arte contemporanea per le giovani promesse dell’arte è sempre più l’appuntamento immancabile per gli under 30 che vogliono esibire il proprio talento. il 28 novembre alle ore 21 e il 29 novembre alle ore 18

FESTIVAL INTERNAZIONALE DELLE ARTI CONTEMPORANEE musica, danza, teatro e arti visive presso Duncan 3.0, spazio performativo arti contemporanee. Via anassimandro 15, Roma (Pigneto) INGRESSO GRATUITO La rassegna si basa sulla libertà di tema e tutte le forme espressive.

Artisti tra i 20 e i 30, provenienti da tutto il mondo si esibiranno spaziando dall’arte visiva, al teatro, alla danza, alla pittura, alla musica, alla video-arte. Nelle serate verrà presentata una selezione di lavori e artisti, la valutazione avverrà sulla originalità della proposta e sulla qualità di realizzazione.

Nelle precedenti edizioni hanno partecipato artisti provenienti da tutta Italia e da Paesi esteri, fra cui Francia, Germania, Stati Uniti. L’iniziativa che gode del Patrocinio e del sostegno della Provincia di Roma è un’opportunità oltre che per gli artisti, anche per il territorio in un’ottica di valorizzazione e promozione della cultura e dell’arte nei quartieri di Roma. Roma, 9 novembre 2009 Duncan 3.0 Via Anassimandro, 15 per info e prenotazioni: tel. 0627858023 segreteria@duncantrepuntozero.it

Il 26 novembre a Mestre presentazione del libro sui Diritti delle Donne

 

Copertina del libro di Daniela Danna "Stato di Famiglia", nel corso del dibattito e delle settimane su queste pagine troverete sottolineati anche spunti presenti in testi non strettamente dedicati alla questione dei diritti delle donne, ma ugualmente interessanti proprio ai fini di una riflessione sull'arricchimento della qualità della democrazia grazie al protagonismo femminile nella società, nell'impresa, nei territori ed in Europa

In occasione della Giornata Mondiale dei Diritti della Donna verrà presentato il libro di Daniela Danna sulle violenze in famiglia. Su queste pagine se ne prende spunto per avviare la pubblicazione di una serie di opinioni di esperti di rapporti tra qualità della democrazia e partecipazione femminile, interviste raccolte nel corso di diversi mesi in seguito all’uscita del testo di Marco Almagisti sul capitale sociale

 

 

La cronaca nera straborda dalle riviste e dalle notizie quotidiane, fa parte delle cose che esistono ma non ci piacciono, andrebbe affrontata ugualmente ma c’è già chi lo fa, decine di mass media che lo fanno, spettacolarizzandola, semplificandola o anche approfondendo in maniera efficace le possibile soluzioni. Qui si può fare altro (i lettori di skapegoat ci hanno abituato alla loro pazienza, non cercano solo l’ultima notizia) e approfittare del sasso nello stagno per avviare la rassegna di opinioni sulle strutture di potere più arretrate in Italia ed in Europa, nella società molto prima che nello stato (ma con drammatici effetti di rinforzo di meccanismi arcaici anche nello stato), che il maschilismo ha lasciato a presidio del terreno, di quello concreto della società italiana ma non solo italiana e a presidio del terreno più importante per la crescita dei cambiamenti cioè quello culturale.

L’iniziativa del giorno è la presentazione del libro di Daniela Danna “Stato di Famiglia – Le donne maltrattate di fronte alle istituzioni”  al Centro Culturale Santa Maria delle Grazie di Via Poerio 32 a Venezia, giovedì 26 novembre, l’autrice nel corso dell’incontro discuterà del tema con Patrizia Marcuzzo del Centro Antiviolenza del Comune di Venezia. Si parlerà di come lo stato italiano protegge le vittime delle violenze che avvengono dentro le mura domestiche e del ruolo giocato da tutte le figure in grado di fornire aiuto (operatori dei tribunali, assistenti sociali, agenti) e soprattutto delle testimonianze. Verrà affrontato anche l’argomento delle strutture culturali in cui gli episodi in questione avvengono.

Spostiamo però l’attenzione all’incrocio tra cultura, società e stato, perchè questo crocevia è stato il punto di vista assunto quando su queste pagine web si è iniziato a seguire con più continuità il rapporto tra partecipazione femminile e qualità della democrazia, interpellando proprio su questo punto il professor Marco Almagisti, la cui ricerca verte soprattutto sulla qualità della democrazia. Almagisti non ha avuto difficoltà a rispondere anche sullo specifico, sulla partecipazione femminile, anche se il suo libro non trattava principalmente di questo. E altri apporti sono stati forniti in seguito da Alisa Del Re, Lucia Visca, Luciana Castellina, che conoscerete attraverso le loro opinioni con l’uscita delle interviste nel corso delle prossime due settimane.

Il motivo per cui è stato scelto il libro di Almagisti come spunto per una riflessione sui rapporti tra qualità della democrazia e partecipazione femminile è questo: il libro parla di capitale sociale, ossia quel patrimonio civile e associativo che eccede le regole della democrazia e le regala qualcosa di più permettendo alla democrazia di crescere grazie al coinvolgimento della gente. L’autore stesso, nel suo libro, supera le strutture politiche per occuparsi anche di tutto ciò che nella evoluzione della democrazia è legato al lavoro, alla dimensione locale, ai rapporti informali, e di ciò che i territori possono investire nella costruzione dell’Europa.

Adesso, se per capitale sociale si intende la capacità di coesione e di riconoscimento delle energie presenti nelle comunità, non si vede quale elemento più importante del protagonismo femmile le situazioni locali hanno espresso negli ultimi venti anni. Questo almeno a mio parere e soprattutto se si parla di tutto il sapere che non si limita alle forme istituzionali ma permette la crescita nella società a livello di associazionismo, produttività, ricerca e socialità.

Ecco perchè le persone intervistate si sono viste proporre le medesime occasioni di riflessione che seguono ed è sulla base di queste che hanno espresso le opinioni che leggerete nelle prossime settimane, come prima cosa il fatto che se vi sono stati dei ritardi nell’incremento della partecipazione femminile, si sono riscontrati anche cambiamenti sostanzialmente e non solo quantitativamente positivi nel corso degli ultimi decenni, sia pure a fasi molto alterne.

Un altro fattore che l’analisi della situazione del capitale sociale (inteso come rete di associazioni, patrimonio di pratiche sociali eccetera…) ci ha suggerito è il ruolo dei diversi territori, delle regioni più avanzate o della loro tradizione (il testo si basa sulle esperienze raccolte in Toscana e in Veneto) nell’avanzamento del ruolo delle donne nella società. Si rischia una certa confusione perchè qui segnaliamo la presentazione di un testo che parla di violenze private (Danna sullo stato di famiglia) e introduciamo contemporaneamente un dibattito partito dalla diffusione di un libro che parla di sistemi politici (Almagisti sul capitale sociale) ma è una scelta che faccio perchè i problemi sociali come il sessismo, la partecipazione nella politica e i sistemi istituzionali sono strettamente interrelati e anche senza essere scienziati sociali vale la pena di introdurre un dibattito in più su questi legami.

A livello locale, dove i cambiamenti sono a volte più forti della cultura politica arcaica più forte della realtà che si esprime spesso nelle immutabili strutture nazionali (il ritardo in termini anche numerici nell’inclusione di tutte le componenti della società è talente evidente che non ci ritorniamo) la situazione evidenzia molti casi di progresso concreto, dove in alcuni territori (nella pratica quotidiana dell’amministrazione, dell’impresa e dell’associazionismo) delle barriere di genere non c’è talvolta più traccia.

Inoltre se l’Europa degli artigiani e degli agricoltori è quasi scomparsa e in testi come quello sul capitale sociale se ne registra la trasformazione anche nelle regioni, come appunto Veneto e Toscana, e se questo ha prodotto anche delle crisi nella coesione sociale del paese e della provincia, nel mondo delle professioni, nell’istruzione e nell’associazionismo la presenza femminile è oggi maggiormente incisiva ed è quindi oltre che un cambiamento uno dei maggiori agenti degli altri mutamenti sociali e culturali.

Il problema è che restano sovrastrutture arcaiche pure a livello istituzionale e non si può evitare che queste causino ritardi e regressi anche nella società, soprattutto quando si accompagnano a barriere ereditate dal passato anche nel mondo dell’impresa, dell’economia e dei settori della società che dei progressi più hanno beneficiato ma non riconoscono sempre i meriti in termini di responsabilità che vengono affidate alle donne. Le operazioni di costruzione del capitale sociale (inteso in sintesi come modo di coesione di una società al di là delle regole imposte) sono sempre rischiose, perchè la cultura e la percezione di cui le comunità vivono si costruiscono nel tempo, nel proporvi il contenuto delle interviste infatti ci sarà occasione di ritornare anche sui limiti del ruolo che l’Europa può svolgere per stimolare stati come l’Italia a colmare il divario.

Aldo Ciummo

Aggressione al Pigneto nel fine settimana

Una immagine del Pigneto, Roma. La città cresce grazie all'integrazione, alla cooperazione tra studenti, professionisti, immigrati e frequentemente il suo carattere aperto è messo sotto attacco per la presenza di tendenze razziste e fasciste. E' necessaria una ripresa dell'attivismo sociale, già molto presente nelle iniziative della popolazione dei quartieri periferici e dei centri sociali che vi operano. Ciò che sarebbe un danno ulteriore è l'ipotesi di risolvere i problemi demonizzando sulla base delle opinioni parte della comunità romana. Gli anni settanta sono finiti e non può funzionare la facile equazione per cui le fasce di abitanti che non posseggono una tradizione progressista sarebbero forcaioli.

Alcuni blog hanno riportato la denuncia di un episodio di violenza avvenuto tra venerdì e sabato in un quartiere noto per le iniziative sociali e piuttosto preso di mira da attacchi di stampo ultraconservatore

 

 

Pochi spazi su internet hanno riportato un fatto inquietante avvenuto nel quartiere romano del Pigneto, un ambiente abbastanza conosciuto per la sua ricchezza di iniziative sociali e progressiste e sotto attacco da parte delle tendenze ultraconservatrici che percorrono il Lazio. Una decina di persone sono scese da un hummer limousine (che sarebbe una sorta di macchina di lusso blindata o di blindato di classe, a vederlo) ed hanno pestato senza apparente ragione delle persone che avevano partecipato ad una festa di compleanno.

Il Pigneto fa parte di quei quartieri romani dove molti giovani ed associazioni ritessono dal basso una rete di iniziative sociali e culturali sfibrata dalla commercializzazione dell’esistente degli ultimi venti anni e in ultimo dal peso della crisi mondiale sulle fasce sociali meno garantite dalle corporazioni ideologico-sindacali e dalle concentrazioni economiche in Italia. Al Pigneto si sono svolte nel tempo anche importanti manifestazioni culturali di recupero della memoria della Resistenza, indicando che la cooperazione in funzione del futuro tra studenti, immigrati e gruppi civici porta alla luce anche l’attualità della storia in tempi di forti cambiamenti.

L’aggressione indiscriminata ad un gruppo di amici in strada in un quartiere del genere avviene a meno di due settimane dall’irruzione di vigilantes a minaccia dei lavoratori di un noto stabilimento romano di un’azienda con sede al Tiburtino, apparsa anche su queste pagine web, ed è circondata da una miriade di altre notizie di attacchi a persone costrette a dormire in strada, colpite per l’orientamento sessuale (o politico, ma i diversi gruppi radicati sul territorio in strutture occupate o simili sono da una parte e dall’altra più o meno vulnerabili in maniera alterna stando alla cronaca, anche se vi è una oggettiva maggiore frequenza di aggressioni contro le sedi di realtà antagonista progressista).

Nei pochi spazi che hanno riportato la notizia attraverso la denuncia delle stesse vittime dell’accaduto si legge qualche commento sulla situazione generale della città e sulle presunte responsabilità di chi amministra. La logica vuole che coloro che amministrano non possono essere considerati colpevoli a priori sulla base delle proprie opionioni. Anzi, gli ultimi anni hanno visto esempi di apertura da parte del Comune di Roma verso ambienti anche molto diversi per sensibilità dalla nuova giunta di Gianni Alemanno. Questa è la cronaca, non si può negare per il fatto che bisogna ripetere degli slogan.

Quello che è vero, che desta allarme, è che aumenta non soltanto il verificarsi di violenza (non a Roma ma in Italia e non quest’anno ma in questo decennio) ma l’ostilità di questo tipo. Gente che partecipa ad una festa di lusso che attacca altri che si stanno divertendo per strada. Persone che si sentono cittadini più di altri che aggrediscono immigrati. Il lavoro messo nell’angolo. Fatti culturali, l’ordine pubblico non li risolve, la sinistra non rivendica un’alternativa, i media non presentano idee differenti e la società reagisce poco. Il Pigneto, come molte altre vivaci aree romane, rappresenta, per chi vive il Lazio come territorio, un laboratorio dove è chiaro che la società cambia anche in positivo, valorizzando il lavoro, l’integrazione e gli scambi ben oltre le rigidità e delle proclamazioni con le quali l’area progressista si è resa irrilevante e museale in Italia. Si tratta di quartieri che rendono attuale l’antifascismo come sforzo di trasformazione della società.

Le spinte che al contrario perpetuano una visione di classe, razzista e ultraconservatrice rischiano di danneggiare Roma e la sua identità caratterizzata dall’apertura, anche perchè potrebbero stanare tendenze di segno apparentemente opposto, ma che non sono certo dirette a risolvere i problemi: difatti la mercificazione selvaggia, il girarsi dall’altra parte di fronte alle fasce in difficoltà e la violenza a Roma, sono in crescita da anni, non soltanto con una amministrazione che fa gravi sbagli ma episodicamente cerca di comprendere la realtà in cui opera, ma anche quando chi amministrava voleva bene a tutti, ma tra feste del cinema e inaugurazioni di mezzo metro di strada di fronte alle telecamere, concretizzava molto poco di questa benevolenza per le fasce di popolazione che vivono la vera città tutti i giorni.

Aldo Ciummo

Anche l’Irlanda colpita dalle inondazioni

Famiglie irlandesi e inglesi senza riparo in molte zone dopo le intemperie di questi giorni. I danni sono elevati e le previsioni lasciano temere altre piogge torrenziali. L'Europa deve essere rapida in caso di necessità ad assicurare al Regno Unito ed all'Irlanda lo stesso supporto che loro hanno reso immediatamente disponibile nei disastri recenti (si ricordino le proposte di uomini e mezzi in occasione del terremoto in Abruzzo)

L’ondata di maltempo che ha causato tanti danni nel Regno Unito sta colpendo anche Dublino, Galway, Cork e costringendo il governo guidato da Brian Cowen a misure di emergenza

 

Negli ultimi due anni l’Irlanda sta fronteggiando eventi meteorologici straordinari rispetto al passato, già nella prima metà dell’agosto 2008 le piogge torrenziali avevano costretto molte aree agricole a chiedere aiuti per ripagare le perdite finanziarie subite, ma la situazione tra ieri e oggi è ancora peggiore. L’esercito è stato chiamato dallo stato in supporto degli abitanti delle zone più colpite. Il Ministro dell’Ambiente John Gormley (Green Party) ha affermato che ieri si è verificato qualcosa che non accadeva da ottocento anni, quanto a quantità ed intensità con la quale l’acqua si è abbattuta sulle cose, ed ha aggiunto che è quasi un miracolo l’assenza di vittime (nel Regno Unito putroppo ve ne sono state).

Gli eventi atmosferici hanno determinato anche disagi generalizzati, a Cork 18.000 case sono rimaste senza acqua corrente e simili interruzioni dei servizi basilari si registrano in tutta l’isola, anche riguardo l’erogazione di energia elettrica. Inoltre, un dato negativo che per completezza dell’informazione non può essere taciuto è il problema generale dell’equilibrio tra ambiente ed antropizzazione del territorio nella Repubblica, perchè gli anni del boom finanziario in Irlanda da una parte hanno portato benefici abbastanza equamente distribuiti rispetto ad altre nazioni e sono stati accompagnati da una redistribuzione accogliente anche verso i nuovi cittadini dell’Eire, ma dall’altra hanno spinto l’isola ad uno sviluppo edilizio ed infrastrutturale rapidissimo e non sempre attento alle esigenze ecologiche. Lo si sta vedendo con la facilità con la quale si verificano gravissimi danni.

Intanto, mentre le città costiere temono danni maggiori perchè le previsioni del tempo non sono incoraggianti, anzi avvertono che l’intensità delle precipitazioni e l’aggravarsi del maltempo potrebbero essere maggiori, l’esercito si muove per offrire assistenza alle zone del sud della repubblica, dove città come Cork (la seconda per importanza e dimensioni dopo Dublino) sono state colpite in maniera particolarmente grave.  A Cork, il fiume Lee è straripato e la centrale che eroga l’acqua alla maggior parte delle abitazioni è stata danneggiata e si pensa che non potrà essere riparata prima di una settimana.

A Galway, nell’ovest, le autorità hanno consigliato agli automobilisti di non mettersi in viaggio, la situazione delle coste è preoccupante. L’Associazione degli Agricoltori (Irish Farmers Association) ha reso noto che migliaia di ettari sono letteralmente sommersi.  Non soltanto a Galway, ma anche in molte città minori dell’ovest, molte case sono state evacuate e si sono anche registrati problemi con abitanti che anche in assenza di energia elettrica hanno insistito per rientrare nelle proprie dimore, mentre molti sono stati alloggiati provvisoriamente in alberghi.

Si temono soprattutto i rischi di inquinamento. Mentre il Regno Unito e l’Irlanda vengono messi a dura prova, specialmente le persone comuni, non si può non ricordare la disponibilità di uomini e di mezzi che questi paesi hanno proposto immediatamente quando l’Italia ha sofferto per il terremoto dell’Aquila, ragione in più per cui è auspicabile che lo Stato italiano e l’Europa in generale si muovano con la solidarietà qualora i nostri vicini europei inglesi ed irlandesi abbiano bisogno di supporto in seguito agli eventi incontrollabili che si stanno verificando.

Riguardo alle condizioni del territorio ed al dibattito sulla messa in sicurezza dell’ambiente e delle strutture urbane, chiaramente andrà affrontato il discorso sia a livello europeo che nei singoli paesi, soprattutto in quelli come l’Irlanda che hanno avuto una crescita economica e demografica spesso non abbastanza accompagnata da adeguata attenzione agli aspetti ecologici. Il Fine Gael, principale partito d’opposizione, ha già chiesto per bocca di Phil Hogan un inchiesta indipendente sui sistemi di allarme e sulle competenze delle autorità locali in casi del genere in questione. Intanto, oggi pomeriggio il primo ministro Brian Cowen (Fianna Fail) presiederà una riunione d’urgenza del governo per le misure urgenti.

Aldo Ciummo

Per i fascisti di ogni colore politico non va bene una donna a Ministro degli Esteri Europeo

 

La Commissione Europea. Si aggiungono oggi altre forme istituzionali che non possono portare alla crescita della nostra Europa senza la maturazione di quella partecipazione democratica che è impossibile senza la demolizione delle diseguaglianze economiche, del sessismo e dei diversi razzismi incluso quello derivante dalla legnosità ideologica

Piovono le critiche sulle nomine: Herman Van Rompuy non va bene come Presidente (non sia mai qualcuno voglia mediare tra diversi interessi senza arroganza); Catherine Ashton invece non avrebbe il curriculum per gli Esteri (ma aver combattuto le disuguaglianze è un peccato capitale?). Il tutto al termine di un processo politico segnato dal rifiuto aprioristico e irrazionale dell’ inglese  Tony Blair al vertice della UE (il candidato più credibile in circolazione). Intanto, l’asse franco-tedesco non ha potuto impedire nomine che svecchieranno un pò l’Europa.

 

Piovono critiche sulle nomine, fino a ieri Tony Blair non doveva andare bene come Presidente della UE perchè il Regno Unito non aveva accettato sempre tutto dell’Europa centralista (ma non si sapeva indicare un altro candidato credibile). Oggi, dopo la scelta di una donna a Ministro degli Esteri dell’Unione Europea, (cambiamento di cui sarebbe ora, dato che all’interno dell’Unione ci sono stati dove sono quasi tutti maschi anche gli assessori) e dopo l’indicazione a presidente di Herman Van Rompuy, che ha riavviato la cooperazione tra fiamminghi e valloni in Belgio (e la farraginosa macchina europea, complicata da interessi e sensibilità contrapposte, non dovrebbe sputare troppo su chi vuole mediare senza arroganza) pure questi non andrebbero bene, in quanto candidati “deboli”, anche se della efficacia della “forza” dei candidati decisionisti abbiamo qualche esperienza in Italia, specialmente nella qualità della partecipazione democratica e della sensibilità civica che oramai questa scarsa qualità riversa visibilmente nella società.

Ma allora vediamo chi sono questi illustri sconosciuti e se sono davvero sconosciuti o se come spesso accade si tratta di gente che ha lavorato senza parlare tanto e di tutto ogni volta che secondo le televisioni dei vari stati nazionali c’era qualcosa da dire. il nuovo presidente europeo Herman Van Rompuy è nato a Etterberk, il quartiere europeo di Bruxelles, è un appassionato di cultura giapponese in un Europa che di culture extraeuropee ne conosce e ne accetta poche. In quest’ultimo anno ha sbloccato una situazione istituzionale di stallo, in uno stato paralizzato dalla contrapposizione tra francofoni restii a cambiare uno stato di fatto che destina loro più risorse di quante sarebbe realistico e fiamminghi convinti troppo frettolosamente e superficialmente di una esigenza di autonomia di cui non si capisce bene a cosa potrebbe portare in uno stato indivisibile per fattori  oggettivi (Bruxelles è il punto di riferimento di tutti i belgi, è un melting pot oramai europeo e mondiale e non solo rispetto alle tre comunità francofona, fiamminga e tedesca ed è capitale europea.)

La crisi politica in Belgio era durata diciotto mesi, quindi: Van Rompuy forse appare troppo gentile per ispirare fiducia alla gente, specialmente a Sud, ma in tutta evidenza non è incapace di decisioni, anzi è un fine politico. Come secondo aspetto, si potrebbe aggiungere che, senza essere inutilmente arrogante, Van Rompuy sostiene coerentemente le sue idee. Il nuovo presidente europeo è contrario all’ingresso della Turchia nell’Europa. Si può essere d’accordo con lui oppure essere contrari a quello che dice, quello che è certo è che Silvio Berlusconi che appoggia l’ingresso turco nella Ue dovrebbe spiegare poi ai suoi elettori quanto c’è di vero nel fatto che sostiene di volere che l’Italia non cambi troppo e  che quella sinistra che in Italia vuole bene a tutti ma si rivolge oramai esclusivamente ad una fascia dell’elettorato che non ha mai affrontato preoccupazioni economiche e pratiche dovrebbe spiegare quali risorse intende destinare al prevedibile afflusso di milioni di nuovi cittadini comunitari, che meritano rispetto laddove si trasferiranno, non promesse poi pagate finanziariamente da categorie tradizionalmente conservatrici. Scegliere atteggiamenti poco realisti non è funzionale all’integrazione, una necessità civile improrogabile. Al contrario.                Dal 1993 al 1999 Herman Van Rompuy ha colmato il debito pubblico belga in qualità di ministro al Bilancio. Ce n’è abbastanza per dissipare le preoccupazioni di incompetenza che in Italia potrebbero turbare il pubblico, all’apparire di uno che non strilla abbastanza.

Quanto a Catherine Asthon, dal 1983 al 1989 ha diretto Business in the Community, associazione di imprese che si occupa delle diseguaglianze, un tabù che l’Europa iperliberista non vuole affrontare ma anche un problema al quale è ora che si metta mano, invece di preoccuparsi di assicurare un direttorio strettamente continentale (e secondo alcuni a priori più sociale del Regno Unito, che invece di fatto ha un modello inimitabile di assistenza pubblico e una televisione pubblica indipendente dallo stato e libera di criticare il governo) all’Unione Europea.

Catherine Ashton è il nuovo Ministro degli Esteri della UE e questo fa storcere il naso a molti di destra e di sinistra, il sessismo è molto forte in alcuni stati ed inoltre la carica di Alto Rappresentante della PESC (Politica Estera e di Sicurezza Comune) ha ora un’importanza molto accresciuta dal Trattato di Lisbona. Catherine Ashton è stata responsabile dell’Autorità sanitaria dello Hertfortshire e sottosegretario britannico all’Istruzione, ricoprendo entrambe le cariche in un paese, il Regno Unito, che si prende cura delle persone molto di più di quanto non faccia con i simboli di partito. Ed il partito laburista, cui appartiene, ha costruito fin dal secondo dopoguerra un solido stato sociale, non un intreccio di corporazioni nazionalpopolari.

A Bruxelles, Catherine Ashton ha una esperienza di Commissario al Commercio e politicamente di leader dei laburisti alla camera dei Lord. L’Italia ad oggi non ha avuto nomine e questo da un punto di vista della distribuzione territoriale non è perfettamente corretto. Ma le considerazioni opportunistiche della politica degli stati nazionali non devono nascondere il fatto che alcuni cambiamenti nella UE sono positivi.

In Italia, formalmente una delle democrazie mature, c’è una forza politica maggioritaria dominata da una persona sola (Silvio Berlusconi) il quale come farebbe il leader di una forza extraparlamentare insulta, denuncia e chiama manifestazioni di piazza ed elezioni anticipate invece di fare (e non è detto che sia un male, visto che quando ha fatto, ha fatto la Bossi-Fini contro gli immigrati, la Fini-Giovanardi che criminalizza persone comuni e la legge sul rientro dei capitali, che umilia l’uomo della strada ed impoverisce le casse pubbliche). E c’è un sistema politico, di cui il PD e le sue appendici fanno integralmente parte, che sancisce il maschilismo dentro le istituzioni e la concentrazione delle risorse economiche al di fuori.

Se l’Europa si orienta verso una efficace mediazione tra i diversi interessi e le diverse culture politiche, sblocca la carenza di partecipazione femminile ai vertici delle istituzioni, si affeziona di più alla produttività che alla punizione della piccola impresa, lavora per l’integrazione delle diverse culture evitando che a monopolizzare il tema della multiculturalità siano minoranze portatrici di razzismi alternativi ma non meno pericolosi di quello tradizionalmente inteso, questi cambiamenti non saranno sintomi di debolezza, pure se i candidati nominati non hanno passato la vita davanti alle telecamere, ma si riveleranno fenomeni di progresso e forse potranno forzare in direzione di uno sviluppo più equilibrato anche le nazioni rimaste penosamente ostaggio della Chiesa, delle oligarchie economiche e di piccole corporazioni ultraideologizzate perfettamente prospere tra questi due poteri grazie ad una funzione ornamentale di critica.

Aldo Ciummo

Le risorse del grande Nord vanno scoperte e non danneggiate

 

Gli ambienti naturali del grande Nord, che affascinano tanti occidentali da sempre, sono in realtà una delle parti più fragili del pianeta di fronte alle trasformazioni indotte dalle attività umane

Presso l’ambasciata del Canada si sono incontrati anche i rappresentanti di Svezia, Danimarca, Finlandia e Norvegia: con la partecipazione anche degli USA e del Governo Italiano gli ambasciatori del Nord hanno tracciato una mappa delle sfide che attendono una delle aree più fragili e ricche di diversità ecologiche del pianeta, l’Artico.

 

Abbiamo all’estremo Nord del mondo cose preziose, che non vanno aggredite ma trattate con cura, dal momento che fanno parte dell’ecosistema e quindi anche degli equilibri sociali, dell’economia e della vita sul pianeta come la conosciamo. Riportiamo a questo proposito alcuni degli spunti emersi nella giornata di ieri presso la rappresentanza canadese che si trova ai Parioli a Roma, prima di affrontare l’argomento con altri servizi più dettagliati, dato che il tema è esteso e merita una riflessione anche in altri spazi e mirata anche ai singoli paesi europei interessati dai fenomeni artici.

Nella giornata di ieri sono stati in particolare gli ambasciatori di Svezia, Finlandia, Danimarca e Norvegia che hanno fornito al pubblico molte ragioni per difendere questa area e l’intero equilibrio ambientale, delle cui trasformazioni con il processo di scioglimento dei ghiacci non solo il nord del continente europeo risente, ma tutto il globo ed in maniera speciale quelle zone, ricche di storia e intensamente popolate come sono le coste italiane, che, se sommerse, da una parte creerebbero immensi problemi socioeconomici in uno spazio geograficamente ristretto come la nostra penisola, dall’altro ci metterebbero di fronte al trauma della perdita di tradizioni e abitudini di vita secolari nel Mediterraneo.

La Svezia, in quanto Presidente di turno dell’ Unione Europea, sta investendo molto politicamente perchè l’Europa si affermi come potenza ambientale, rispettando i patti e rilanciandoli, in vista di un cambio di registro nei modi di produzione che non è una polemica di nicchia, ma una esigenza da cui dipende la stessa praticabilità di una economia efficiente e capace di effetti positivi sulla qualità della vita nell’età attuale. La Finlandia ha nella propria cultura, anche popolare, un rapporto realistico con l’ambiente naturale, che si esprime anche nei recenti progetti di infrastrutture come il porto di Vuosaari, opere attentissime all’impatto futuro sulle specie animali presenti. La Danimarca continua a implementare progetti concreti in campo energetico sostenibile (come sta avvenendo a Copenaghen) e ne fa la migliore introduzione al vicinissimo vertice sul clima che avrà per teatro la capitale danese sebbene molte questioni siano aperte e l’accordo non sarà facile. 

Nel corso del dibattito, sono intervenuti l’ambasciatore di Finlandia Pauli Makela ed il suo collega svedese Anders Bjurner, l’ambasciatore di Danimarca Gunnar Ortmann e quello della Norvegia Einar Bull. Tra gli ospiti più importanti, i più interessanti per il piccolo pubblico dei partecipanti sono stati senz’altro i portavoce delle comunità che vivono nelle aree meno densamente popolate dei paesi più vicini all’Artico: persone come Tomas Aslak Juuso, che porta avanti le iniziative istituzionali dei giovani Saami finlandesi e Bridget Laroque che in modo simile rappresenta gli interessi del popolo che invece vive tra i ghiacci nell’estremo nordamerica, i Gwich’ in, hanno approfondito tematiche poco note anche agli addetti ai lavori, ad esempio i rapporti delle minoranze con i diversi stati in cui vivono.

L’ambasciatore Lars Moeller, danese che presiede il Consiglio Artico, il Sottosegretario agli Esteri del Governo Italiano Alfredo Mantica e Pernille Moller, caposezione del Ministrero Affari Esteri del Governo Groenlandese, da parte loro hanno messo l’accento sulla necessità di trattare l’Artico per quello che è, dedicando fondi, persone e ricerche alla valorizzazione economica di un’area che può creare sviluppo soltanto nel rispetto e nella conoscenza dell’ecosistema che la protegge e delle popolazioni, anche numericamente esigue e quindi politicamente poco influenti che la abitano.

L’ambasciatore del Canada, James Fox, naturalmente ha aperto i lavori, ospitati appunto dall’ambasciata di via Salaria, dato che la nazione nordamericana ha promosso l’iniziativa e che trova nelle terre del Nord una gran parte della propria identità culturale, etnica e geografica.  Ha parlato anche l’ambasciatore statunitense Liam Wasley, con l’Alaska infatti gli USA si affacciano alla zona naturale in questione e sono quindi pienamente parte in causa. Il pomeriggio si è svolta una serie di proiezioni ed iniziative culturali che hanno permesso alle persone presenti di approfondire le reciproche differenze nell’esperienza delle società nordiche, sviluppatesi in ambienti naturali anche molto diversi tra loro. E’ bene quindi non fermarsi agli aspetti istituzionali e rimandare ad una serie di articoli in questi giorni e nella prossima settimana per toccare diverse questioni (l’ambiente, i rapporti con il nostro continente, le iniziative dei vari paesi coinvolti), gli interventi di alcuni esperti ed esponenti che hanno partecipato all’incontro ed il lato umanistico delle aree artiche.

Aldo Ciummo

Prosegue l’intolleranza del regime di Mugabe

 

Cascate di Vittoria tra Zimbabwe e Zambia. Le risorse naturali ed economiche risentono ancora delle difficoltà storiche sperimentate nel passato da diversi paesi dell'area. Utilizzarle, nel caso dello Zimbabwe, avrebbe probabilmente portato ad uno sviluppo maggiore rispetto al disastro causato dalla decisione di requisire aziende produttive alla parte di popolazione di origine europea. D'altronde, Mugabe governa da anni e anni, se il suo programma "anticoloniale" fosse stato molto avanzato socialmente il paese non si troverebbe sull'orlo della guerra civile anche all'interno della comunità nera.

Oligarchie politiche inefficaci (sotto le quali paesi interi sono finiti nel disastro economico) non perdono occasione per prendersela con i bianchi che vivono in Africa, credendo di risolvere ogni problema attaccando l’occidente.

 

 

Anche al vertice della Fao, il ritornello del regime di Mugabe nello Zimbabwe è sempre lo stesso: nel 2009 l’autocrate parla ancora di nemici neocolonialisti, trascurando il contributo allo sviluppo dell’economia e di rapporti col resto del mondo che anche le comunità di origine europea hanno dato nel tempo, in Africa ed altrove.

L’antioccidentalismo è una brutta bestia, perchè basandosi su elementi di fatto concreti (come i guasti causati storicamente dall’imperialismo ed i disastri tuttora gravi consistenti nelle ineguaglianze) pretende di elevare prediche che dividono sommariamente il mondo in buoni e cattivi a mezzi di soluzione di problemi complessi.

Lo Zimbabwe ha una situazione di scarso rispetto della regolarità delle elezioni e dei diritti di proprietà di imprenditori cui sono state requisite le terre, in base ad uno strano programma di riappropriazione rispetto ad eventi accaduti nel trapassato remoto. Mugabe governa incontrastato appellandosi ad una sorta di missione storica anticoloniale (molto dopo la fine cronologica del colonialismo) e attacca i programmi di aiuto concordati con le aree sviluppate, definendoli mezzi di controllo politici.

Ma il problema, in molti paesi del Sud del Mondo, in molti casi è proprio l’assenza di controllo, rispetto all’utilizzo che oligarchie poco convinte dei valori democratici e solidaristici fanno degli introti e degli aiuti, spesso, questo è vero, con l’appoggio di un sistema internazionale che non disdegna lo sfruttamento incontrollato delle risorse che hanno un valore economico indifferentemente agli effetti sperimentati dalle popolazioni che vivono in prossimità di tali risorse.

Ma il malgoverno dell’economia delle nazioni in difficoltà, in più di un caso, sarebbe impensabile se i gruppi di potere locali non fossero più che inseriti nelle strategie economiche mondiali e nei loro proventi e non ottenessero il consenso in patria (di una parte significativa e disorientata della popolazione autoctona) attraverso mezzi propagandistici discutibili e nel medio lungo periodo molto dannosi, come l’antioccidentalismo e l’ostilità verso le comunità di origine straniera, che fanno da caprio espiatorio per le difficoltà generate da problemi che, essenzialmente tecnici, culturali ed economici, attendono soluzioni concrete e non guerre di civiltà.

Aldo Ciummo