La UE si preoccupa mentre la Russia fa strane manovre politiche in Georgia

Russia

Immagini favolose da cartolina, sempre di più quel ritaglio scintillante che i turisti possono ammirare nei centri storici degli stati più restii a rispondere della situazione dei diritti umani è gran parte di quello che all'Europa viene concesso di vedere. Dietro la copertina, Russia, Cina, Arabia Saudita gestiscono l'economia e le istituzioni con metodi antichi, difendendosi con una polemica verso il mondo occidentale che trova sponda in un malinteso terzomondismo

L’ Europa chiede più cooperazione russa riguardo Transnistria e Georgia : la richiesta arriva al margine di una crescente perplessità europea mentre la Federazione Russa rilascia con inedità facilità molti passaporti e mette in cantiere una legge che permetterebbe all’esercito di difendere i cittadini russi anche all’estero

 

 

Il Parlamento Europeo ha approvato un avanzamento dei rapporti con la Federazione, ma non è convinto della trasparenza dei diritti umani nel gigante eurasiatico: giovedì il Parlamento Europeo ha votato un documento sostenuto da Ppe (Centrodestra, cattolici e conservatori), S&D (Socialisti e Democratici), ALDE (Liberali), Verdi/ALE (ambientalisti e sinistra progressista) e ECR (raggruppa varie formazioni di destra tra cui quello che resta dell’ Unione per l’Europa delle Nazioni) affermando l’importanza della cooperazione con la Federazione Russa, ma ribadendo le preoccupazioni già chiaramente espresse con l’assegnazione del Premio Sacharov all’organizzazione russa “Memorial”,  nome che richiama alla mente migliaia di persone tuttora in lotta verso lo Stato, in un paese dove molti attivisti per i diritti umani sono stati uccisi senza che le autorità abbiano individuato responsabili e dove le opposizioni affrontano restrizioni impensabili in Occidente, anche in paesi dove la situazione è oggettivamente anomala e squilibrata.

Difatti, l’assemblea elettiva ha invitato le autorità russe a garantire che gli assassini di Natalia Estemirova, Andrei Kulagin, Zarema Sadulayeva, Alik Dzhabrailov, Maksharip Aushev, Stanislav Markelov, Anastasya Baburova e Anna Politkovskaya siano rintracciati e consgnati alla giustizia ed ha  fatto riferimento all’assassinio di Maksarip Ausev, esponente dell’opposizione ucciso in Inguscezia. A questo punto la UE sta chiedendo anche misure preventive per la protezione degli attivisti per i diritti umani e l’avvio di indagini appena le minacce nei loro confronti sono note a una procura oppure ad un tribunale. Il Parlamento ha chiesto anche di seguire con la massima attenzione il secondo processo in corso contro l’ex dirigente della Yukos Oil, Michael Chodorkovskij, imprenditore ed oppositore, in particolare si teme (in maniera giustificata dai precedenti avvenuti) che le autorità utilizzino il sistema giudiziario come strumento politico.

Sostanzialmente, l’Europa tende la mano alla Federazione Russa, rinnovando il proprio sostegno all’obiettivo dell’adesione della Russia all’Organizzazione Mondiale del Commercio. Esistono però anche in questo capitolo ostacoli, come i dazi russi all’esportazione, tariffe ferroviarie per il transito di merci, pedaggi stradali e restrizioni su importazioni alimentari. Il Parlamento Europeo ha invitato l’Unione nel suo complesso a promuovere iniziative per arrivare ad una soluzione pacifica dei conflitti in Nagorno-Karabah ed in Transnistria, ma soprattutto in Georgia. La missione di vigilanza dell’Unione coincide con l’impegno europeo per l’integrità territoriale della piccola repubblica e c’è una certa preoccupazione per la proposta di legge, presentata dal Presidente russo, che autorizzerebbe l’impiego della forza anche per proteggere cittadini russi che si trovano all’estero, timore rafforzato dalla politica di rilascio massiccio di passaporti che si accompagna alla proposta.

Aldo Ciummo

RECENSIONI | “Bastardi Senza Gloria”

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Quentin Tarantino gioca al rovesciamento ed al rimescolamento di tutti i paradigmi sulla Seconda Mondiale, con la solita perizia nel rielaborare i linguaggi ed i repertori cinematografici

“Se il cavallo cambia colore…” con Bastardi Senza Gloria il regista Quentin Tarantino sforna un’altra collezione di personaggi all’altezza di quelli che lo hanno reso inimitabile

“Penso che per tentare di accoppare lo zio Adolfo, cambierebbe colore al cavallo!” :  lo zio Adolfo è Adolf  Hitler ed a volerlo “accoppare” è  Brad Pitt, nei panni di Aldo Raine, un mercenario americano sboccato e baldanzoso, seguito da un pugno di uomini dal sangue cattivo, i “Bastardi”. Siamo nella Francia calpestata dai nazisti, e questi signori dalle facce squilibrate, assoldati dai servizi segreti statunitensi, hanno tanta voglia di far masticare ai nazisti le loro stesse budella, senza trastullarsi in generosi convenevoli. La loro missione incrocia i piani di Shosanna Dreyfus (Mélanie Laurent), una giovane ebrea che asseconda compiaciuta il suo odio puntiglioso per i cani del regime. Gli stessi uomini colpevoli di aver perforato tutta la sua famiglia a sputi di fucile, soddisfacendo il ghigno saporito del loro superiore, il colonnello Hans Landa (Cristoph Waltz).

Nel film la vendetta della ragazza, architettata con fine disprezzo, si gioca tutta in casa Tarantino, ovvero dentro a un cinema. Il luogo in cui il regime celebrava i suoi ampollosi progetti, e che il regista trasforma in una scatola incendiata, in cui Hitler e compagnia si affrettano a raggiungere i piani inferiori. Il tutto incattivito dal suono beffardo delle risa inebriate di Shosanna, che divampano nella sala insieme alle fiamme, mostrandoci una rappresentazione inedita dell’ebreo. Quest’ultimo, infatti, viene spolpato di un pietismo ormai ricotto. Non è più una vittima docile e lacrimosa, che condisce l’ingiustizia subita con uno sguardo spaesato, bensì una figura che si fa carnefice glorioso e consapevole. Lo stesso Führer viene rimpicciolito, giocosamente messo ai margini e ridicolizzato nelle sue scenate cariche di comica isteria, mentre il nazismo diventa solo lo spunto per la storia di un regista che si rallegra della sua irriverenza.

Neanche a dirlo, il film tira fuori i muscoli nella sceneggiatura maleducata, costruita su un pericoloso ricambio di lingue che nella tensione della simulazione e della dissimulazione può rivelarsi un dannato punto debole. Una schermaglia di battute aguzze e punteggiate da sorrisi viscidi che puzzano di sparatoria, capaci di sbottare in risate sguaiate…E basta. Pure, Tarantino non dimentica di tirare l’osso a critici e cinefili. Il suo film è anche stavolta un covo di citazioni che vanno dal b- movie a Sergio Leone, abbassando il capello a Castellari addirittura nel titolo del film, un plateale omaggio a Quel Maledetto treno blindato. Un serie di richiami che spiazzano e rendono il tutto ancora più sfizioso. Soprattutto, con la sua nuova trovata, il regista ha tirato fuori un personaggio all’altezza della sposina attillata e dei sicari di Pulp Fiction, il Cacciatore di Ebrei, meglio noto come Hans Landa. Una creatura dal sadismo calcolato, un mentitore melenso e rigonfio di un autoritarismo inclemente e sofisticato, che Cristoph Waltz interpreta con cinica ironia, guadagnandosi il Premio all’interpretazione maschile del festival di Cannes. Scritto questo, probabilmente su Bastardi senza Gloria resta da dire solo una cosa: Tarantino ha cambiato colore al cavallo.

Claudia Papaleo

Il Parlamento Europeo vuole un maggior ruolo per il Mediatore

 

Strasburgo

Il Parlamento Europeo di Strasburgo. Attraverso progressi effettivi nella coesione anche politica del continente è giunto ad un peso sempre maggiore. Nonostante il carattere elettivo l'assemblea di Strasburgo resta per molti cittadini uno dei tanti simboli freddamente staccati dalla concretezza della vita delle varie società che compongono l'Europa: una impressione non priva di fondamento, perchè è ancora difficile per l'uomo della strada accedere alle informazioni ed influenzare le decisioni della UE

L’assemblea elettiva spinge per una maggiore trasparenza nei rapporti tra le istituzioni comunitarie ed i cittadini attraverso la crescita del peso del Mediatore Europeo, una figura creata nel 1995 per dare risposta alle denunce delle persone ma tuttora poco conosciuto e scarsamente efficace

 

I casi di cattiva amministrazione che coinvolgono istituzioni ed organismi dell’Unione Europea hanno portato al rapporto 2008 sulla figura del Mediatore, un ruolo nato nel 1995  proprio per raccogliere le denunce dei cittadini. Nel gennaio 2010 il Parlamento Europeo dovrà eleggere il nuovo Mediatore Europeo, tra i candidati ce ne è anche uno italiano, Vittorio Bottoli.

I deputati hanno adottato la relazione di Chrysoula Paliadeli (Gruppo dei Socialisti e Democratici), con la quale richiedono di facilitare la comprensione dei diritti da parte della gente comune, in modo che le denunce riguardanti l’amministrazione comunitaria possano avere risposte più concrete.

Il Parlamento propone di unificare tutte le iniziative informative on line delle diverse istituzioni dell’Unione Europea per garantire un migliore accesso ai cittadini. Un altro tema che viene sottolineato è la mancanza di informazione sulla rete dei difensori civici, che svolge anch’essa funzioni di garanzia.

Di fatto oggi le competenze investigative di soggetti come il Mediatore sono limitate e questo vanifica in gran parte la possibilità che chi presenta le denunce arrivi a qualcosa di concreto (oltre alla scarsa informazione resa disponibile alla persona della strada su questi temi) perciò la proposta più significativa dei deputati europei è il rafforzamento delle prerogative del mediatore.

Nel 2008 le denunce a livello europeo sono state 3.406 rispetto alle 3.211, un aumento che denota un miglioramento della consapevolezza ma anche la presenza diproblemi di trasparenza in tutti i settori della Ue, con proporzioni che seguono in perfetto ordine il peso decisionale delle istituzioni coinvolte: nettamente prima la Commissione, molto dopo il Parlamento, poi i vari uffici specifici della Comunità. La rapidità delle indagini è cresciuta, la metà si è conclusa in meno di un anno, ma ci sono stati pure 228 casi di indagini dichiarate ricevibili ma prive di elementi sufficienti per avviare un’indagine.

Aldo Ciummo

Vàclav Havel riassume le lotte per la libertà in Europa

 

Vaclav Havel

L'ex presidente ceco Vàclav Havel, simbolo di una parte d'Europa la cui riunificazione politica al resto del continente rappresenta l'esito di un lungo processo di autodeterminazione

In occasione della seduta plenaria che ancora oggi si sta svolgendo in Parlamento Europeo, l’ Ex presidente della Repubblica Ceca ha insistito perchè l’Unione Europea non ponga gli interessi quotidiani della politica al di sopra della necessità di libertà dei suoi vicini e dei suoi interlocutori.

 

Vàclav Havel più che un nome ed una persona, per la maggior parte degli europei che ne conoscono la storia, è un simbolo della lunga marcia dei diritti e della libertà nella parte d’Europa (l’Est) che ne era priva. Il presidente del Parlamento Europeo, Jerzy Buzek, ha presentato lo scrittore e drammaturgo, che è stato presidente dal 1993 al 2003 dopo la caduta del regime che aveva  combattuto, come un elemento che ha unificato tutte le persone normali che si erano opposte ai regimi.

Havel ha ricordato come l’esito della transizione dal totalitarismo alla democrazia sia stato qualcosa che non era scontato, perchè i nazionalismi avrebbero potuto prendere il sopravvento. Anche per questo l’Ex presidente ceco ha invitato il Parlamento Europeo a non permettere che l’Unione diventi un soggetto disposto a trattare con la negazione della dignità umana, ma raccolga le esigenze di quanti si sforzano di portare avanti i diritti in Birmania, Iran e Bielorussia ed in molti altri paesi.

“L’Europa è la patria delle nostre patrie - ha dichiarato Vàclav Havel – mi sento europeo senza rinunciare alla mia identità”. Tutto il discorso dell’ex dissidente si è concentrato sulla necessità di andare al di là della politica economica e proseguire nella promozione delle caratteristiche della cultura europea, sia di quelle nate dalle religioni che hanno partecipato alla costruzione del senso comune nel continente che di quelle radicate a partire dall’illuminismo.

Si potrebbe aggiungere che occorre prestare molta attenzione anche al contatto tra economia e ideali, perchè se è vero, come riportava la stampa internazionale ieri, che in Bulgaria metà della popolazione esprime nostalgia per i tempi andati ciò non deve indurre a giustificare regimi brutali e sistemi inefficienti ma portare alla luce la necessità di assicurare anche i diritti sociali e la cooperazione che serve alla coesione anche nei paesi che hanno fatto parte della sfera di influenza sovietica. Il tentativo di superare il passato attraverso eccessi liberisti ha dimostrato i suoi drammatici limiti, emersi con le diverse tensioni anche militari nei Balcani prima ed il preoccupante exploit delle estreme destre nelle ultime elezioni europee.

Però è vero che il modello europeo in quanto tale è un episodio unico di integrazione che può sopravvivere alla celebrazione sterile delle proprie forme istituzionali soltanto se trova nuovi modo per essere fonte di  ispirazione per il resto del mondo, dando risposte ai bisogni di libertà delle aree del pianeta che sono in relazione con noi e qui il politico ceco ha toccato un nervo fondamentale, quando ha detto che è il Parlamento Europeo a poter spronare questo processo, essendo l’unico organo eletto, ed a questo proposito sarebbe auspicabile un maggiore dibattito proprio sulla democratizzazione delle strutture e delle politiche europee e sulla necessità che la gente trovi la direzione per imprimere all’Unione Europea la propria agenda politica.

Aldo Ciummo

Mentre i partitini di sinistra se le danno tra loro qualcuno attacca i lavoratori

L’aggressione di ieri ai lavoratori dello stabilimento Agile dell’Ex Eutelia da parte di un gruppo di vigilantes dell’impresa riempie le pagine dei giornali e allarma sulle conseguenze del vuoto creatosi a sinistra

Ieri, una sede di una società in procinto di licenziare gran parte dei suoi dipendenti e nella quale molti  lamentano un mancato pagamento degli stipendi prolungatosi per mesi, è stata teatro di un’irruzione da parte di vigilantes privati dell’azienda, che in questo modo ha cercato di sgomberare lo stabile dall’occupazione di una ventina di dipendenti che protestavano contro la situazione di disagio creatasi. I promotori della protesta hanno chiamato le forze dell’ordine che hanno mediato tra le parti.

L’episodio avvenuto in zona Tiburtino, al di là delle considerazioni sulle forme di protesta adottate, evidenzia la condizione di debolezza in cui si sono venuti a trovare i lavoratori (di un’azienda che fornisce consulenza nel trattamento di dati sensibili ad organismi istituzionali), che infatti non ricevendo retribuzione ed essendo messi in mobilità hanno agito nell’obiettivo di autotutelarsi.

Al di là delle modalità intimidatorie utilizzate da coloro che rappresentavano l’azienda e che sono state riportate dai mezzi di comunicazione, (i dettagli saranno probabilmente da accertare) si può però notare chiaramente la grave situazione venutasi a creare in Italia ed in molti altri paesi, dove interessi contrapposti si scontrano senza più mediazioni, in alcuni casi (quando a prendere l’iniziativa sono lavoratori precari o immigrati, ad esempio) per assenza di alternative, in altri, quando ad attaccare sono i soggetti che detengono i meccanismi decisionali e finanziari, perchè si è delineato un panorama sociale che offre mano libera contro i soggetti che hanno meno forza contrattuale.

Questa situazione viene sancita in modo crescente da indicazioni istituzionali (la trasformazione dell’immigrato clandestino in bersaglio dell’azione giudiziaria e della ostilità pubblica, la normalizzazione della flessibilità a senso unico in cui la duttilità è solo da parte del lavoratore ecc…) ed esplode in episodi eclatanti in tutta Europa (si ricordi la terribile notizia delle squadracce di poveri pagate per attaccare gli immigrati sindacalizzati in Grecia).

La compressione dei diritti  è conseguenza di un contesto globale che vede la marginalizzazione del lavoro come una caratteristica dell’epoca. Laddove la crisi economica ed i ritardi decennali rendono la situazione sociale più dura, la difficoltà delle fasce più colpite è aggravata dalla divisione e dall’astrazione delle rappresentanze politiche di sinistra, più impegnate a combattersi tra loro ed a difendere simboli fuori dal tempo che a mettere il naso per strada.

L’Europa occidentale ha incluso il lavoro nei suoi capisaldi ed ha sempre cacciato quelli che lo volevano sottomettere, da una parte all’altra del continente. In Francia la mobilitazione popolare nel ‘34 ed in Inghilterra la difesa operaia dei quartieri umili nel ‘36 hanno bloccato colpi di stato, e dove i regimi corporativi sono caduti molto più tardi come in Spagna, i fascismi si erano affermati con il supporto militare di governi esterni, tra questi c’era l’Italia, che ha dei motivi storici in più degli altri per fare attenzione al deprezzamento dei princìpi democratici, come il diritto alla difesa del lavoro e della libertà.

Aldo Ciummo

Turchia: approda in Parlamento la proposta di pace con i Curdi

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Manifestazione dei parenti dei caduti del Pkk a Diyarbakir, il Pkk è la principale organizzazione armata curda, FOTO di Michele Vollaro

Potrebbe trattarsi di un passo fondamentale per avviare l’emancipazione di un popolo di trenta milioni di persone che vivono in un’area compresa tra Turchia, Iraq, Iran, Armenia e Siria. La maggior parte vivono proprio nel territorio della Turchia orientale

 
 
di   Michele Vollaro

È una curiosa coincidenza di date, quella che fa cominciare proprio il 10 novembre – data che in Turchia viene celebrato l’anniversario della morte di Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della Repubblica – il dibattito parlamentare sulla questione curda.

Da mesi al centro dell’attenzione dei mezzi d’informazione e dell’opinione pubblica turchi, il tema di una normalizzazione dei rapporti tra la popolazione curda e il governo turco è oggetto di indiscrezioni, smentite e annunci di una proposta del primo ministro Recep Erdogan e di una parallela “road map” preparata da Abdullah Ocalan, fondatore del Partito dei lavoratori curdi (Pkk) che dal 1985 ha cominciato una lotta armata contro lo Stato e segregato dal 1999 in un carcere nell’isola di Imrali, nel mar di Marmara. E proprio oggi, in occasione del 71° anniversario della scomparsa di Atatürk, il governo guidato da Recep Tayyip Erdogan ha presentato al Parlamento di Ankara la sua proposta per porre fine al conflitto che da quasi 25 anni oppone lo Stato ai militanti curdi in lotta per il riconoscimento della loro identità come popolo.

Abolizione dei limiti all’insegnamento della lingua curda e al suo utilizzo nelle trasmissioni radio e tv, rafforzamento dei governi locali, riforma dei programmi scolastici che negano l’esistenza del popolo curdo e ripristino dei nomi tradizionali dei villaggi del sudest: sono gli aspetti principali del piano presentati dal ministro degli Interni, Beşir Atalay, che però non ha fatto nessun accenno alla possibilità di disarmo e reintegrazione politica dei membri del Pkk, considerato ancora un’organizzazione terroristica nonostante l’iniziativa a inizio novembre di far tornare in Turchia dal nord dell’Iraq dei “gruppi di pace” composti da miliziani disarmati.

Nettamente contrari a “qualsiasi contatto con i terroristi che possa minare l’unità dello Stato” è stata espressa dai parlamentari  dei due partiti nazionalisti e conservatori Partito del Movimento Nazionalista (Mhp) e Partito Repubblicano del Popolo (Chp), entrambi all’opposizione. La cosiddetta “questione curda” riguarda più di 30 milioni di persone che vivono in un’area compresa tra Turchia, Iraq, Iran, Armenia e Siria, la maggior parte dei quali vive nel territorio della Turchia orientale. In seguito al disgregarsi dell’impero ottomano dopo la prima guerra mondiale, i curdi combatterono sotto il comando di Atatürk durante la guerra d’indipendenza turca, con la promessa di costruire una repubblica federale, in cui fosse rıconoscıuta la loro identità. Una promessa tradita dal futuro “Padre della Turchia”, che optò per una forte ideologia nazionalistica e la costruzione dı uno stato centralizzato.

Da allora i curdi combattono per la loro autodeterminazione. Una lotta che si è intensificata quando nel 1974 Ocalan fondò il Pkk e nel 1985 – pochi anni dopo l’ultimo colpo di stato realizzato dai militari turchi – quando si è optato per la lotta armata. Fino a oggi sono più di 45.000 le vittime del conflitto, in un susseguirsi continuo di tregue ed escalation belliche, più di 6.000 i detenuti politici curdi nelle carceri turche, dove negli anni passati hanno subito gravissime torture, paragonabili secondo numerose associazioni per i diritti civili solo a quelle subite dai prigionieri dei campi di concentramento nazisti.

Ultima in ordine di tempo, una massiccia campagna militare contro basi del Pkk nel nord dell’Iraq, cominciata all’inizio del 2008 e che la settimana scorsa il Parlamento di Ankara ha prorogato per un altro anno; incursioni che non hanno avuto altro effetto se non quello di moltiplicare il numero dei morti tra civili, militari e ribelli, inasprendo gli animi e le tensioni al punto che lo stesso capo di stato maggiore turco, Ilker Basbug, ha dovuto ammettere che i mezzi militari da soli non possono risolvere il problema curdo. 

Per la maggioranza dei turchi trovare una soluzione al conflitto con i curdi rimane, per ora, solo una questione d’immagine, funzionale al processo di adesione della Turchia all’UE. Sebbene il governo stia spingendo per un’inversione di tendenza rispetto alla retorica del nemico che ha coinvolto curdi e turchi per decenni, questi ultimi sono ben lontani dall’aver accantonato i fantasmi del passato e, più che sostenere attivamente il dialogo inaugurato da Erdogan, non vi si oppongono. Ad Ankara, dopo la presentazione del progetto di pace da parte del ministro degli interni, il dibattito parlamentare è stato aggiornato a giovedì, quando interverrà il primo ministro Erdogan, che in ogni caso ci ha tenuto a specificare che il suo governo non ha nessuna intenzione di garantire l’amnistia ai guerriglieri del Pkk, né tanto meno di minare l’integrità statuale.

Da parte sua, il Pkk ha diffuso un comunicato affermando che non abbandonerà la lotta armata fintantoché il governo di Ankara proseguirà le sue operazioni militari nelle regioni curde: “Discutere la questione curda in Parlamento – si legge nel comunicato del Pkk – è un’opportunità per risolvere il problema, ma compito del parlamento è discutere il modo per raggiungere la pace, non affrontare la questione per ottenere altri risultati politici”. 

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La manifestazione curda a Diyarbakir, FOTO di Michele Vollaro

La Finlandia al primo posto per l’inclusione sociale nella scuola

Helsinki

Helsinki, i risultati raggiunti nel campo dell'istruzione e le conseguenze positive che ne sono derivate nella coesione sociale e nell'economia inducono a riflettere sull'opportunità di fare dell'istruzione una base per il futuro dell'Europa e delle relazioni culturali tra le nazioni che la stanno costituendo

Oggi a Palazzo Marini a Roma è stato presentato il rapporto europeo sulla scuola dell’obbligo, si è svolto un dibattito sulla costruzione dell’identità europea attraverso l’istruzione

 

 
A Roma, nel pomeriggio di lunedì 9 novembre, è stato presentato il rapporto sull’istruzione di Giorgio Allulli,  parte di un progetto della  Foundation of Europea Progressive Study, un gruppo legato all’area Socialista nella Ue, la discussione è stata coordinata da Heidi Giusto,  della “Fondazione Italiani Europei”, che ha coordinato l’incontro, sottolineando il ruolo dell’educazione nella costruzione della identità europea.  Sono intervenuti l’ex primo ministro italiano Giuliano Amato, l’ex ministro delle Finanze in Svezia Par Nuder, Mauro Palma, consulente scientifico della Treccani per i temi dell’istruzione.

Allulli, nel suo rapporto, ha rilevato come le differenze sociali di base non influenzano in maniera rilevante il percorso degli studenti in Finlandia, permettendo una emancipazione uniforme attraverso l’istruzione e che ciò attribuisce un primato al paese nord europeo nella funzione sociale dell’istruzione. Giuliano Amato ha sottolineato il ruolo sociale della scuola nell’inclusione dei più svantaggiati.

L’istruzione nel suo complesso ha l’occasione di riequilibrare il disagio di bambini cresciuti in situazioni difficili attraverso il lavoro di gruppo. L’ex ministro delle finanze svedese Par Nuder ha affermato che per i socialdemocratici in Europa l’istruzione è il mezzo con il quale gli umili possono cambiare il mondo e Mauro Palma ha parlato della necessità di armonizzare le politiche europee. Regno Unito e Olanda hanno avviato efficaci strumenti di valutazione della qualità dell’offerta scolastica  e tutti i paesi d’Europa sperimentano grandissime differenze. Gli studenti italiani delle università ad esempio dimostrano un grande interesse e anche conoscenza della storia del resto d’Europa piu’ dei loro colleghi stranieri. Nel Mondo, Nuova Zelanda, Irlanda e Australia fanno moltissimo per  l’emancipazione dei cittadini di origine straniera attraverso l’educazione, in linea con la tradizione di democrazia del mondo anglosassone.

Sui vari aspetti del rapporto europeo sull’istruzione e sulla educazione pure qui in Italia, Skapegoat tornerà nel dettaglio, così come sul legame tra partecipazione femminile e qualità della vita democratica di cui il sito aveva annunciato (in articoli sullo stesso argomento) un servizio costituito da diverse interviste  a qualificati osservatori: i tempi di risposta sono stati più lunghi del previsto e ciò, unitamente alla piccola struttura di questo spazio web, ha determinato uno slittamento di tali argomenti, che però non sono stati dimenticati e su cui vi terremo aggiornati.

Aldo Ciummo

Salute per tutti negli Usa, l’America è ancora più libera

 

la statua della libertà

Per molti degli immigrati che arrivavano negli Usa, questa è stata la prima tappa di un tragitto spesso tragico, ma da quel percorso è nata una società aperta. La stessa duttilità è scarsa in altre parti del mondo sviluppato ed oramai manca del tutto nelle culture politiche che per lungo tempo furono all'avanguardia nella promozione della tolleranza ma che ora sono impotenti a promuoverla nella realtà fuori dal chiuso delle loro sedi ufficiali, perchè intente a dividersi ed estinguersi attraverso riti sclerotici.

Il voto favorevole della Camera ha avviato stanotte la legge che darà agli americani un diritto la  cui assenza pesava come un macigno nella società, adesso toccherà al Senato. Ted Kennedy si battè tutta la vita perchè la salute fosse garantita ai suoi concittadini

 

 

di    Aldo Ciummo

 

La Camera dei deputati degli Stati Uniti questa notte ha votato 220 a 215 per la riforma sanitaria promossa da Barak Obama. Nancy Pelosi, la speaker della Camera ha ricordato lo sforzo di una vita di Ted Kennedy, l’americano di origine irlandese che per anni ha lavorato all’introduzione del diritto alla salute per tutti negli Stati Uniti.

La riforma prevede assistenza sanitaria nei confronti di 36 milioni di cittadini  americani che non godevano di alcuna copertura, e che non ne godono tuttora, perchè la legge deve passare anche al Senato e lì sarà più difficile dato che la maggioranza democratica è sul filo del rasoio.

Se la proposta passerà, potrebbe coprire il 96% della popolazione nell’arco di dieci anni. Il costo stimato è di 1200 miliardi di dollari. I datori di lavoro avranno l’obbligo di assicurare i dipendenti e sarà vietato alle assicurazioni alzare il prezzo delle polizze per le persone anziane e malate.

Apparentemente “settoriale”, questa notizia è, dopo l’elezione a Presidente degli USA di un cittadino di colore senza perenni appoggi di partito alle spalle, l’annuncio di forti trasformazioni nella nazione che assieme al Regno Unito tenne ferma per l’Europa la garanzia della libertà dal 1915 (inizio della Prima guerra mondiale) al 1989 (caduta del muro di Berlino).

L’elezione del rappresentante di una minoranza a presidente di tutti e l’introduzione di un importante diritto sociale tradizionalmente estraneo al sistema politico e istituzionale statunitense appaiono chiaramente come una pietra tombale sull’immagine di una società immutabile, immagine largamente imposta dalla ripetizione ad nauseam in una parte consistente della società italiana ed europea.

Nata da argomenti fattuali come alcune strategie economico militari dell’ultimo decennio e squilibri effettivamente esistenti, la critica agli Usa ha assunto negli ultimi anni caratteri legnosi difficilmente sopportabili da una società aperta, specialmente se si avversa senza riserve ogni tipo di razzismo.

Il voto del novembre 2008 dei cittadini americani e quello della Camera di ieri lasciano davvero pochi argomenti per sostenere, per ragioni arcaiche di avversione ideologica riguardo agli Stati Uniti e al mondo anglosassone, che negli Usa vi sia una società chiusa, che non vi sia spazio per significativi cambiamenti o, sfiorando l’assurdo, che manchi la coesione sociale.

ROGER BALLEN: UNA MACCHINA FOTOGRAFICA AL CIVICO DELLA PAZZIA

 

Roger Ballen: dresie cassie twins western transvaal 1993 from platteland

Uno degli scatti più famosi di Roger Ballen: all'epoca della sua svolta stilistica il grande fotografo abbandonò gli spazi aperti per rivolgere la sua attenzione al mondo nascosto del disagio, dell'emarginazione e della follia

Immagini quadrate per stanze chiuse. Luoghi nei quali l’obiettivo di Roger Ballen ha messo sotto vuoto una dimensione inquieta e sinistra confinandola nello spazio asfittico delle sue fotografie, recentemente raccolte in un nuovo lavoro, “Boarding House”.

 

 

di   Claudia Papaleo

 

Ballen nacque nel 1950, nella New York in cui i barattoli di “Tomato”  si apprestavano a passare dal carrello della spesa alla serigrafia, e dove da un pennarello a vernice, imboscato dentro una tasca di jeans sbrindellata, sarebbe saltato fuori un quadro da milioni di dollari. Sin da ragazzino, oltre a respirare l’aria di cambiamento che attraversava l’arte, poté vivere a stretto contatto con la fotografia. Durante gli anni ’60, sua madre lavorò per la Magnum e fondò una delle prime gallerie fotografiche della grande mela. Di più, Ballen poté scorrazzare tra le gambe di monna lise come Cartier Bresson, Eliot Erwitt, Paul Strand e soprattutto Andre Kertesz. Il lavoro di quest’ultimo, infatti, è spesso rievocato nelle  immagini del fotografo, anche solo da piccoli accorgimenti aggiunti come  si aggiunge una punta di sale nella pentola.  

Pure, nei primi anni ’70 la macchina da foto si trasformò in un giocattolo da prendere sul serio. Tra bandiere schiaffate addosso al cielo, ammucchiate di capelli rincalzati nei pantaloni, e zeppe che marciavano per le strade come palazzi a portata di ratto, Ballen documentò la rivolta, arraffando le sue immagini succulente con qualche lazo di pellicola.

Diversi anni più tardi,  l’Africa del sud;  il suo sole tremulo e avvampato che scrosciava calore costante, fondendo le zone rurali in cui il fotografo cominciò a passare il tempo libero. Qui, la svolta.

Ballen abbandonò improvvisamente lo spazio aperto, i paesaggi ossigenati che lo circondavano, per intrappolare se stesso e la sua Rolleiflex 6X6 negli ambienti chiusi. Quello che doveva fare, infatti, era fotografare la trappola. Alcuni emarginati bianchi del posto accettarono di smezzare con lui l’aria delle loro camere scarne, marchiate dai segni di mobili estinti. Allora le sue foto, con tocco lapidario, ritrassero volti sconditi di qualunque serenità. Uomini e donne dai sorrisi ebeti, che fissano l’obiettivo con sguardi stranianti e corpi anomali, sui quali, a volte, cola qualche vestito smunto. Immagini che creano corrispondenze arbitrarie tra persone e animali, ponendoli in una realtà alterata che respinge e attrae, corrodendo qualsiasi controllo razionale in chi guarda. E ancora esseri umani spesso legati da lampanti vincoli sanguigni, di cui Ballen raffigura il lato sottilmente difettoso con una franchezza a tratti fastidiosa. Una serie di scatti disarmanti per la loro autenticità, in cui l’imperfezione punta i piedi di fronte alla macchina fotografica con dignità e coraggio.

Presto le stanze dalle mura ulcerate, che perdevano grumi di vernice su pavimenti dall’aria tombale, divennero i luoghi di strane fantasie dal retrogusto angosciante, e la macchina fotografica l’occhio che sembra guardare il fondo di una scatola degli scherzi, in cui gli oggetti vengono disposti secondo accoppiamenti ostili. Ballen, infatti, prese ad arredare gli spazi di cui disponeva assecondando le logiche di intuizioni visive minacciose, che tendono a snaturare le cose per come le conosciamo, caricandole di isteria.

Mani nodose, gambe spolpate, volti preda di urla eccessive, fanno da comparsa sbucando da vecchi scatoloni o da pile di materassi pregni di polvere, mentre qualche resto di bambola giace crudamente a terra senza possibilità di innocenza. Il tutto amplificato dalla presenza di stampelle ritorte, graffiti infantili e pelli zebrate di animali scuoiati.

Immagini psicotiche quelle di Ballen, lo scolo di un incubo che fa sgranare gli occhi e ti lascia con un battito accelerato, mentre allontani lo sguardo a braccetto della follia.

Giornalista danese arrestato a Tehran

 

Teheran

Teheran, capitale di un vasto paese attraversato da altrettanto profonde caratteristiche e contraddizioni. L'Europa non può sostenere le legittime aspirazioni di libertà e di autodeterminazione degli abitanti delle aree limitrofe come Iran, Mediterraneo e Medio Oriente senza affermare i princìpi di diritto positivamente affermatisi in Occidente in una maniera quantitativamente e qualitativamente maggiore di quanto non avvenga nei regimi teocratici, collettivisti o a democrazia controllata (Iran, Cina e Russia)

La Associated Press della Danimarca stanotte ha dato notizia dell’accaduto. Il reporter avrebbe partecipato ad una manifestazione che si opponeva al regime dittatoriale

 

Un giornalista europeo si trova in una cella a Tehran. L’Unione Danese dei Giornalisti ha detto che si chiama Niels Krosgaard e che pare sia detenuto per la partecipazione ad una dimostrazione mercoledì scorso, l’altroieri. I colleghi hanno realizzato che Krosgaard era stato arrestato grazie all’impegno della Federazione Internazionale dei Giornalisti che ha sede a Bruxelles.

Mercoledì in Iran si sono registrati scontri tra polizia ed attivisti per i diritti civili, in occasione di celebrazioni governative per il trentesimo anniversario della crisi dell’ambasciata statunitense e delle contromanifestazioni che ne sono seguite. I giornalisti però stavano seguendo gli avvenimenti per fare il loro lavoro, sempre più difficile a Tehran.

La celebrazione di mercoledì, indicativa della mentalità promossa dai regimi autocratici in Medio Oriente e purtroppo anche del consenso di una parte consistente della popolazione, ricordava il sequestro di cittadini americani da parte di fondamentalisti religiosi il 4 novembre 1979. L’evento però è stato occasione di contestazioni da parte dei dissidenti iraniani, ormai rappresentativi di larghe fasce della popolazione e defraudati del diritto ad elezioni dal regolare svolgimento.

Questa mattina i blog dei curdi emigrati in UK hanno riportato in evidenza anche l’avvenuto arresto di due giornalisti canadesi e di un giapponese, di cui l’agenzia Fars aveva dato notizia. A loro si aggiunge Farhad Pouladi, reporter della AFP. Immagini meno estreme ma che riportano alla mente i rapimenti di giornalisti occidentali nei conflitti di cui tuttora si subiscono gli strascichi e le conseguenze sociali in Medio Oriente e di cui l’antioccidentalismo alla Amadinejad rappresenta un volto meno discusso (rispetto alle disastrose strategie economico-militari che hanno portato ai conflitti), ma da affrontare e condannare ugualmente perchè si tratta di una violenta forma di razzismo anche se ad alcuni può apparire alternativo a quello “tradizionale”.

Aldo Ciummo